giovedì 31 dicembre 2020

Se Dio è ingenerato, in che senso è corretto dire che Dio ha una madre?

Il 1° gennaio la Chiesa cattolica, secondo il calendario romano ordinario, celebra la solennità di Maria, venerata con il titolo di Madre di Dio. Si tratta certamente di uno dei dogmi più difficili da comprendere, perchè strettamente congiunto a uno dei due dogmi fondamentali del Cattolicesimo, ossia quello della Trinità (l'altro dogma fondamentale è quello della Redenzione ed entrambi sono sintetizzati nel "segno della croce"), che è probabilmente il dogma più difficile da studiare, un vero mistero di fede.
Se indichiamo con la parola Dio l'ente che è all'origine di tutto ciò che esiste, che trascende tutto, persino il tempo, totalmente privo di parti (in teologia si dice a proposito che Dio gode dell'attributo della semplicità), come possiamo definire un essere umano, una donna, Madre di Dio?

Sappiamo dalla Scrittura che la seconda persona della Trinità, il Figlio, ha preso carne con il fine ultimo di espiare la colpa dovuta al peccato originale. Sappiamo anche che è stato concepito in maniera soprannaturale: senza ricorrere all'ordinario concorso sessuale, l'embrione di Gesù è stato concepito nell'utero di Maria attingendo per metà al patrimonio genetico femminile della madre, a sua volta depositario di millenni di storia umana, e per metà da un patrimonio genetico maschile creato ex nihilo, dal nulla, per un puro intervento creatore dello Spirito Santo. Un prodigio incredibile, a ben pensarci. Siamo davvero di fronte a quella che i teologi nei secoli hanno chiamato "nuova creazione", il nuovo Adamo.

Ecco dunque l'evento. L'Arcangelo Gabriele apparve a Maria per annunziarle il grande evento dell'Incarnazione, rivelandole la singolare grazia di essere stata concepita senza peccato (Luca 1, 28: "Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te") e, nel momento in cui ricevette il fiat dalla giovane fanciulla, l'angelo "partì da lei" (Luca 1, 38b). In quell'istante, l'embrione venne concepito nell'utero di Maria e la seconda persona divina del Figlio si unì ipostaticamente ad esso.

Cosa significa? La struttura psicologica di Gesù fu identica a quella di tutti gli altri uomini, tripartita secondo le facoltà vegetative, sensitive e razionali. Anche Gesù ha un'anima immortale, che è da distinguere dalla Divinità. Corpo, anima e spirito di Cristo formano la sua natura umana, cui si è applicata la persona del Figlio. O meglio: la natura divina del Figlio "ha attratto a sè" la natura umana di Gesù al momento del concepimento, come una calamita attrae il ferro, e con essa ha attratto a sè tutta l'umanità corrotta dal peccato. Così infatti Dio ha voluto da sempre. In questo modo, non c'è stato cambiamento alcuno in Dio, così come il Sole non muta nell'attrarre i pianeti intorno a sè, ma muove pur rimanendo immobile

Ora, dire che la natura umana di Gesù è unita ipostaticamente al Figlio (ipostasi in greco vuol dire 'persona') significa che, nella persona del Figlio, umanità e divinità sono distinte e unite. Nestorio (381 - 451), arcivescovo di Costantinopoli, credeva che le due nature di Cristo fossero distinte e separate. In tal senso, il corpo umano di Gesù era concepito come un burattino nelle mani del Dio Figlio. Al contrario, Eutiche (378 - 454), superiore di un monastero di Costantinopoli, credeva che le due nature di Cristo fossero non solo unite, ma confuse, tanto che l'umanità sarebbe venuta meno a favore della divinità. Entrambi questi teologi sono stati condannati dalla Chiesa infallibilmente (cfr. Concilio di Calcedonia). Abbiamo quindi una persona, il Figlio, con due nature, quella umana e quella divina.  Possiamo dire che il corpo umano di Gesù si è innestato nella Trinità. E quindi nel Figlio ogni natura compie la propria azione: Dio fa ciò che è proprio di Dio (miracoli, cammina sulle acque, etc.), l'uomo fa ciò che è dell'uomo (insegna, prega, muore, etc.), senza che l'azione di una natura entri in contraddizione con l'azione dell'altra. 


Maria non può essere Madre di Dio, ovviamente, nel senso di colei che ha dato vita alla Trinità: Dio non sarebbe più Dio. Ma poiché ha generato il corpo umano di Cristo, che è stato unito ipostaticamente a Dio Figlio tanto da essere stato assorbito nella Trinità, Maria è davvero Madre di Dio: perché tutto quello che è dell'Uomo Gesù è anche del Dio Gesù, in quanto le due nature sono unite nella persona. La natura umana di Gesù Cristo è in Dio pur non essendo in se stessa divina. Nessun essere umano condivide con questo corpo perfetto il patrimonio genetico, eccetto la Madre, Maria, che è così unita al Figlio - e quindi a Dio - non solo nell'essenza di essere umano, ma addirittura nella somiglianza materiale. Gesù è Immagine del Padre, ma anche Immagine di Maria.

Ora, sorge una domanda, spontanea per l'uomo moderno che non riesce più ad apprezzare il valore delle realtà metafisiche, delle domande eterne. Anzi, incapace di accedere intellettualmente a queste, le sminuisce, accusandole di astrattismo e vacuità, non comprendendo che da esse discende il modo corretto di relazionarsi con Dio e con il prossimo. E' triste vedere anche molti teologi moderni sminuire l'importanza capitale di simili questioni. A che cosa serve capire se è corretto chiamare Maria Madre di Dio, se in Gesù vi siano una o due nature, se esse siano disgiunte o confuse? Davvero Dio bada a questi arzigogoli filosofici? Ebbene, sì: Dio ci bada eccome! 

E in effetti, dal dogma mariano della maternità divina sorge almeno una considerazione (ma se ne possono fare tante altre, in verità), legata alla stessa figura della Beata Vergine Maria. Cristo è mediatore tra l'uomo e Dio, perché in quanto Uomo-Dio ha attratto verso l'alto la condizione umana: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?" (Giovanni 10, 34). Ma l'amicizia tra Dio e l'uomo, che è la grazia, viene meno ogni qualvolta il singolo pecca mortalmente. La misericordia di Dio non è mai separata dalla giustizia, come la natura umana di Cristo non è mai separata dalla sua divinità. Ma anche nella condizione di peccato mortale, Maria si pone come intercessore costante. Maria è la massima esaltazione della femminilità, intendendo con questo termine tutto ciò che denota cura e gratuità. L'istinto del bambino vede nella madre l'amore che dona e si dona, anche quando questo non è meritato. Il bambino corre dalla mamma quando si accorge di aver fatto un misfatto. Questo istinto profondo dell'uomo vale anche nella vita spirituale, nei confronti di Maria, che lo stesso Cristo ha eletto Madre dell'umanità, in conseguenza del fatto che da Lei è stato generato il Corpo Perfetto che è nella Trinità. A san Giovanni apostolo, infatti, e in lui a tutti gli uomini, Gesù dalla croce - cioè dal fine stesso dell'Incarnazione - ha detto: "Ecco tua madre!" (Giovanni 19, 27). E l'evangelista aggiunge: "E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa". Prendiamo anche noi Maria nella nostra casa, cioè nel nostro cammino di perfezione spirituale. Perché Dio dà tutto in sovrabbondanza, ma niente di ciò che dà è inutile.


lunedì 28 dicembre 2020

Come ti tradisco Cicerone: Repubblica o Stato?

In questi giorni ho dovuto rileggere una grande opera di Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a.C.), il De Officiis, nella quale l'oratore romano tratta dell'annosa questione filosofica dei doveri dell'uomo, questione assai cara agli Stoici. L'edizione italiana dell'opera sulla quale ho studiato, con testo latino a fronte, mi ha permesso di fare la seguente osservazione. Ogni qualvolta l'autore cita la parola res publica, il traduttore utilizza in italiano la parola 'Stato'. Sono fortemente convinto che usare una parola così moderna come 'Stato' per un autore così antico sia terribilmente fuorviante, soprattutto perchè fornisce al lettore l'immagine di un Cicerone che giustifica, in qualche modo, la Macchina leviatanica che è andata affermandosi dapprima in Europa e poi in giro per il mondo a partire dalla prima età moderna. 

Le cose non stanno così. La visione politica di Cicerone che emerge, almeno dalla lettura del De Officiis, è completamente antitetica, incompatibile con quella moderna e contemporanea, figlia della Rivoluzione. Intendo con Rivoluzione il processo storico e filosofico che affonda le proprie radici nella gnosi, nel pensiero rinascimentale, nell'occamismo, per poi incarnarsi gradualmente nella rivoluzione luterana, nella rivoluzione francese, nella rivoluzione comunista e nella rivoluzione sessantottina. Lo Stato - modernamente inteso - è una esaltazione della potestas in opposizione all'auctoritas, anzi una riduzione della seconda alla prima (anche nel linguaggio ordinario, non facciamo più distinzione tra potestà e autorità, ma usiamo i due termini come sinonimi). Per i Romani di epoca repubblicana, invece, i due concetti erano ben distinti, sebbene non separati. La potestà - politica - era sottomessa all'autorità - morale, il diritto, lo jus naturalis, per usare la fortunata formula ciceroniana. 

Lo Stato, invece, pretende di cacciare l'autorità morale, il diritto che è fonte della politica, e di diventare esso stesso autorità potente. Il caso di Cicerone è molto interessante, in realtà, perché egli visse in un'epoca che vide difatti la transizione dall'epoca della Repubblica all'epoca segnata dall'avvento di un mostro giuridico che per molti versi è assimilabile allo Stato moderno, ossia l'Impero. Nella guerra civile tra il popolare Giulio Cesare e l'ottimato Gneo Pompeo, Cicerone si schierò dalla parte di quest'ultimo. Tradurre res publica con 'Stato' appare dunque come un tradimento linguistico nei confronti della stessa missione politica del celebre oratore romano, che tra l'altro - come noto - perse la vita a causa di Marco Antonio, che insieme a Ottaviano aveva ereditato da Cesare un progetto politico che possiamo oggi definire a ragione rivoluzionario. Non è un caso neanche il fatto che la storiografia moderna e contemporanea abbia sempre esaltato Cesare contro Pompeo, intravedendo evidentemente in costui un antesignano del potere leviatanico. 

Cosa significa res publica per Cicerone? In breve, la parola res - che ordinariamente significa "cosa" - sembra indicare nel lessico ciceroniano anzitutto il campo da coltivare, la terra, che per i Romani è il fondamento della proprietà privata. Non c'è proprietà senza terra. Allora la Repubblica - res publica - più che un banale riferimento ad una vaghissima "cosa pubblica", sembra indicare la confederazione dei proprietari terrieri, coloro che gestendo le risorse naturali danno vita al consorzio umano, all'unione delle famiglie e alla prosperità economica (dove oikonomia indica in greco anzitutto la gestione della casa). 

Interessante infatti analizzare le parole latine di coloro che, all'epoca di Cicerone, che rivestì la carica di edile nel 69 a.C., proponevano le riforme agricole, riforme che Cicerone indica appunto come massimi nemiche della Repubblica. Il Nostro cita (Cfr. II, 21) un discorso tenuto da un tale Filippo, tribuno della plebe, evidente simpatizzante delle politiche popolari. Ecco cosa riferisce Cicerone delle parole di costui:

    Non esse in civitate duo milia hominum, qui rem haberent.

La traduzione che l'edizione italiana propone, corretta, dice: "In tutta Roma non ci sono neppure duemila possidenti". Con queste parole, Filippo intendeva sminuire la gravità dell'espropriazione delle terre. Cicerone si oppone fermamente. Simili discorsi legittimano il massimo male per la società umana, ossia l'uguaglianza dei beni, aequatio bonorum - quello che oggi chiameremmo comunismo, ossia la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, per affidarla ad una macchina burocratica superiore e senza volto, ossia lo Stato. In opposizione ad esso vi è ciò che oggi chiameremmo capitalismo, termine che viene oggi abusato e caricato di mille e più significati negativi. Capitalismo significa semplicemente questo: proprietà privata dei mezzi di produzione. La terra è qui intesa come il miglior mezzo di produzione.

I popolari, che costituivano la fazione politica "riformista e progressista" dell'epoca, contro gli ottimati che invece difendevano i valori tradizionali della Repubblica, proposero leggi atte a scacciare i proprietari terrieri dalle loro terre, con il pretesto di averle occupate abusivamente o per altre ragioni simili, oppure atte a condonare i debiti in massa, con il pretesto che le masse povere non potevano permettersi di pagare. Si tratta di proclami "populisti" che, facendo leva su ingiustizie e miserie reali, solleticavano le invidie dei più poveri. La guerra dei poveri contro i ricchi (cattivi per antonomasia!) è sempre stato il motore del socialismo e, più in generale, degli Stati modernamente intesi.

In Cicerone, c'è una forte difesa della nozione di proprietà privata, ritenuta intoccabile dalla potestas. C'è inoltre differenza tra beni comuni, che non possono essere privatizzati, e beni che, pur nascendo comuni, devono essere inevitabilmente privatizzati. I beni comuni (in latino, bonum commune) sono così definiti: "Quelli che possono essere donati al prossimo senza recare perdita in chi dona", come ad esempio l'acqua, il fuoco, l'aria, ma anche la verità e la scienza. I beni privatizzabili, invece, sono quelli che non rispondono a questa definizione e la terra è tra questi, dal momento che essa non è infinita, ma limitata. Secondo Cicerone, i beni privati diventano tali per occupazione, diritto di conquista o contratto. E sulla nozione di contratto sembra fondarsi il concetto ciceroniano di Repubblica.

Il fondamento della Repubblica è infatti la fides, la fede, intesa in senso precristiano, cioè il rispetto dei patti stipulati, una responsabilità che, ancor prima che tutelata dal diritto positivo, è tutelata dalla propria coscienza. E infatti spesso la parola fides è tradotta nel testo ciceroniano con la parola italiana 'coscienza'. Per esempio, Cicerone narra che in passato gli imputati, prima di ricevere la sentenza dal giudice, pregavano questi con la formula: Quae salva fide facere possit, "[Fa per me tutto quello che puoi,] purché sia salva la tua fede", cioè la tua coscienza, che non è perscrutabile da nessun potere, se non quello divino. Tale Fede era così importante per i Romani d'età repubblicana che questi eressero una sua statua sul Campidoglio, vicino alla statua di Giove Ottimo Massimo. Non possono esistere contratto e fede senza proprietà privata.  

Qual è dunque la funzione della potestas secondo Cicerone? La risposta è presto detta: lasciamo la parola allo stesso filosofo latino. In questa risposta troviamo forse il maggiore contrasto tra la concezione romana repubblicana (che ricevette una fortunata elaborazione nel Medioevo cristiano, in particolare nel pensiero di san Tommaso d'Aquino, che a Cicerone spesso si rifaceva) e la concezione romana imperiale e poi moderna di politica.

"In generale, quelli che si dispongono a governare la Repubblica tengano ben presenti due precetti di Platone: primo, curare l'utile dei cittadini in modo da informare ad esso ogni loro azione, dimentichi e incuranti dei propri interessi; secondo, provvedere a tutto l'organismo della Repubblica, affinché, mentre ne curano una parte, non abbiano a trascurar le altre. Invero, come la tutela di un pupillo, così il governo della Repubblica deve esercitarsi a vantaggio non dei governanti, ma dei governati. D'altra parte, quelli che provvedono a una parte dei cittadini e ne trascurano un'altra, introducono nella comunità (civitas) il più funesto dei malanni: la discordia e la sedizione; onde avviene che alcuni appaiano amici del popolo (populares), altri fautori degli ottimati; ben pochi sono devoti al bene di tutti" (I, 25).

E ancora, Cicerone passa a chiarire più avanti in cosa consista il bene comune, ossia l'utile dei cittadini: "Il primo dovere di chi amministra la Repubblica è di fare in modo che ciascuno conservi i suoi beni, e che per pubblico decreto non si intacchi la proprietà privata. [...] Soprattutto per garantire la sicurezza della proprietà privata si costituirono le città e le repubbliche. E' vero che gli uomini si unirono in società per naturale impulso, ma è anche vero che essi, nella sicurezza delle città, cercarono la difesa e la custodia dei proprii beni. Ma non basta: bisogna anche procurare che i cittadini non debbano pagare tributi, come spesso accadeva al tempo dei nostri padri per la povertà dell'erario e per la frequenza delle guerre; e perché questa iattura non avvenga, si dovrà provvedere assai per tempo. Ma se qualche volta la necessità di tali contributi si imporrà in una Repubblica (preferisco parlare così, per non fare un tristo augurio alla nostra; d'altra parte, qui, io non parlo della nostra, ma della Repubblica in generale), bisognerà fare in modo che tutti si persuadano che, se vogliono salvarsi, devono sottomettersi alla necessità" (II, 21).

domenica 27 dicembre 2020

La devozione alla Santa Famiglia

Nel 1895, il Papa Leone XIII fissò alla terza domenica dopo l'Epifania la festa della Santa Famiglia di Nazareth, limitandola a quelle località che tradizionalmente erano solite celebrare tale ricorrenza. Bisognerà aspettare poi l'anno 1921, sotto il Pontificato di Benedetto XV, per vedere la festa della Santa Famiglia di Nazaret estesa a tutta la Cattolicità, fissandola alla domenica compresa nell'ottava dopo l'Epifania. Dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, si suole festeggiare tale solennità nella domenica compresa nell'ottava dopo il Natale.

Da queste brevissime considerazioni storiche possiamo dedurre che tale celebrazione è stata introdotta piuttosto di recente nella storia della Chiesa. Attenzione: non dobbiamo mai stancarci di ribadire che, ogni qual volta nella storia si sono presentati pericoli e minacce a qualche verità del diritto naturale o della dottrina cattolica, la Chiesa ha sottolineato aspetti, introdotto festività, proclamato dogmi con il fine di ribadire quanto creduto da tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo. 

Nel 1600, iniziarono a diffondersi in Europa diverse confraternite con il fine di diffondere la devozione ai nomi e alle figure di Gesù, Giuseppe e Maria - come modello di famiglia. Gesù veniva proposto come modello dei figli, Giuseppe come modello dei mariti e padri, Maria come modello delle mogli e madri. I fautori di queste confraternite temevano che la famiglia fosse in grave pericolo. Era l'epoca del razionalismo e del libertinismo, reazione e conseguenza inevitabile della Prima Rivoluzione (quella perpetrata da Martin Lutero). Le rivoluzioni, infatti, come ogni evento negativo, producono effetti tra essi opposti (si pensi ad esempio al fatto che dal protestantesimo sono sorti sia il fenomeno del puritanesimo sia quello del libertinismo), dimostrando così la verità del classico principio logico che insegna: ex vero verum, ex falso quodlibet ("da ciò che è vero non può che scaturire ciò che è vero, ma da ciò che è falso possono scaturire cose false e cose vere"). Tali effetti poi sono sempre segnati dalla radicalità, dall'esasperazione, dall'estremismo, perché le eresie sono sempre riduzioni della totalità della verità a una sua parte (airesis in greco, da cui viene la parola 'eresia', significa scelta).

In che modo il luteranesimo ha avviato un processo di guerra alla famiglia? In realtà, questo complesso argomento sarebbe da affrontare su più dimensioni. Ci basti qui notare un semplice passaggio. Lutero insegnò che alla salvezza basta la sola fede e che le opere sono inutili (chiamò "lettera di paglia" la lettera di san Giacomo apostolo, nel quale si lodano le buone opere come necessarie alla salvezza). Da qui, molti teologi protestanti dedussero che, dal momento che colui che ha la fede è inevitabilmente salvo e colui che non ha la fede è inevitabilmente dannato, è totalmente inutile badare alle proprie opere: le azioni di coloro che hanno fede non hanno mai valore di peccato. Dunque, ogni azione diviene lecita, anche quelle guidate dalle passioni più sfrenate. Nacque il libertinismo spirituale

In Italia, questa eresia serpeggiò per diverso tempo. Molti sacerdoti aderirono a questa corrente religiosa di nascosto e utilizzavano il Sacramento della Confessione per fare adepti, facendo leva sulle passioni smodate dei penitenti. Ci furono persino casi di misticismo, ad esempio a Napoli, dove si presentò il caso di Suor Giulia Di Marco (1574 - ?), appartenente alla "setta della carità carnale", che organizzava orge segrete e fu alla fine condannata all'ergastolo dall'Inquisizione.

Nel corso dei secoli, la famiglia è stata sempre più oggetto di attacco ideologico. Non poteva che essere così: la modernità, segnata dal trionfo statalista, ha negato il diritto naturale, pretendendo così di ricostruire la natura. La cellula fondamentale della società umana è la famiglia (padre, madre, prole), ancor prima che i singoli individui. Il divorzio, l'aborto, le gender theories hanno messo in crisi la concezione della famiglia come unità fondamentale della società e della Chiesa, come cardine della prosperità economica, come baluardo contro le tentazioni oligarchiche della politica

La Santa Famiglia, al contrario, è il nostro modello. Essa è anzitutto immagine della Trinità sulla terra: le nostre famiglie sono chiamate a vivere lo stesso vincolo di carità. In secondo luogo, la Santa Famiglia ci indica le relazioni che devono sussistere tra i suoi termini, relazioni di servizio, cura, obbedienza reciproca, ma anche di responsabilità, comprensione, temperanza, perché non è giusto per il padre o per la madre pretendere l'ascolto e l'obbedienza dei figli, senza impegnarsi a migliorare se stessi così come Cristo ci ordina di fare. E' questo il senso di ciò che insegna san Paolo apostolo: "Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra. E voi, genitori, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore" (Efesini 6, 1-3). E' ingiustizia mancare di pietà verso i genitori, ma è altrettanto ingiusto educare la prole affidandosi al caso e agli istinti del momento, che spesso possono causare più danni che benefici.

giovedì 24 dicembre 2020

Natale 2020: Dio ci chiama a spezzare la paura


Il Natale 2020 è schiacciato tra le preoccupazioni del periodo storico difficile che stiamo vivendo. Non è forse questo il senso più autentico di questa grande festività? Se il mondo è confuso, pieno di paura, Cristo viene a salvare, luminoso e stabile, e dice a ciascuno di noi: «Non temere!». Riscopriamo insieme allora il senso del Signore che viene nel mondo.

Primo senso: il Signore viene nella storia. Questo è il senso primario del Natale. Dall’eternità, Dio si immerge nel tempo. La grandezza del Cristianesimo rispetto alle altre religioni trova massima espressione nei due eventi del Natale e della Pasqua, due eventi strettamente connessi. Il Cristianesimo ci insegna che la storia è superiore al mito, anzi di più, per dirla con le parole di G. K. Chesterton (1874 – 1936), nel Cristianesimo il mito si fa storia. La storia sacra diventa allora modello della storia universale, di tutti gli uomini. La divinità che le leggende e i miti avevano raccontato per metafore e simboli si fa Uomo, sensibile, in relazione diretta con noi. Ciò dimostra che Cristo viene incontro alle esigenze esistenziali più intime, più radicate, che l’uomo aveva manifestato in molteplici sistemi religiosi, filosofici ed etici.

Secondo senso: il Signore viene nella nostra esistenza individuale. Il Signore viene a noi nella conversione, nel Battesimo, nell’Eucarestia, nel prossimo che diventa occasione di misericordia e persino nella sofferenza che diventa occasione di virtù. Il tema della sofferenza, della malattia e del dolore è in questo periodo quanto mai attuale. Il Signore, bambinello nella mangiatoia di Betlemme, ci dice che essa non è priva di senso: Egli stesso è il senso! La Passione del Signore inizia già, in qualche misura, con la sua Incarnazione. La nascita in un luogo angusto, scomodo e freddo diventa occasione di santità: non è forse questo il primo insegnamento che Gesù - Maestro infante - rivolge a Giuseppe e Maria, ai pastori che vengono ad adorarlo e ai ricchi Magi dell’Oriente?

Terzo senso: il Signore viene a giudicarci. Un tema che fa grande paura tanto da volerlo dimenticare, esorcizzare attraverso pratiche edonistiche o consumistiche, è il tema della morte. Una parola che si vuole persino evitare di pronunciare. La pandemia forse ci ha scosso da questo punto di vista. Ne avevamo bisogno. San Francesco d’Assisi – figura cui il Papa si ispira spesso – ha chiamato la morte «sorella» nel suo famoso Cantico delle creature. Dobbiamo recuperare questa visione carica di speranza cristiana nei confronti dell’ultimo momento della nostra vita. «Nel suo primo avvento, Cristo venne a salvarci, a guarir le ferite del corpo e dello spirito. Alla fine dei tempi, tornerà come giudice; darà il regno promesso ai suoi servi fedeli». Così cantava l’inno delle Lodi durante la novena natalizia. Gesù è nato per il giudizio della Croce: non è una visione pessimistica, ma – al contrario – di attaccamento alla vita. La vita, infatti, sprigiona la sua massima energia quaggiù quando è proiettata al suo senso ultimo.

venerdì 27 novembre 2020

Anassagora di Clazomene



Dopo Empedocle, l'altro grande pensatore pluralista è Anassagora di Clazomene. Nato in Asia Minore, visse la maggior parte della propria vita ad Atene, dove fu però condannato per empietà. Autore di "Sulla natura", è noto per aver posto all'origine del cosmo una quantità pressoché infinita di semi, detti "omeomerie", e un intelletto ordinatore. 

domenica 22 novembre 2020

La festa di Cristo Re, per dirci che la misericordia è il cuore del Vangelo

 


Il Papa Pio XI istituì la solennità di Cristo Re dell’Universo con l’enciclica Quas Primas, l’11 dicembre 1925. Ciò che spinse il Pontefice, quasi cento anni fa, a istituire tale festa fu la constatazione di un grave smarrimento del senso dei «diritti divini» e, conseguentemente, del senso del peccato. Sì, perché anche Dio ha i suoi diritti, non soltanto l’uomo. Dio ha il diritto di essere punto di riferimento e fonte viva della società, di tutte le società, in tutte le strutture politiche ed economiche.


domenica 15 novembre 2020

Passa la gloria di questo mondo

 


Dopo la parabola delle dieci vergini, che ci spiega l’importanza delle buone opere (le lampade) custodite nella grazia (la fiamma viva), il Signore ci propone adesso per la domenica 15 novembre 2020 la parabola dei dieci talenti, che spiega l’importanza dei carismi, cioè delle propensioni naturali, della vocazione, delle capacità fisiche e mentali che ci rendono unici agli occhi di Dio e dunque fondamentali per la costruzione di una società buona, che riconosce all’uomo la dignità che gli spetta in quanto conosce il posto che spetta al suo Creatore. >>> Continua a leggere su: https://www.catt.ch/newsi/passa-la-gloria-di-questo-mondo/

venerdì 13 novembre 2020

La Filosofia di EMPEDOCLE di Agrigento

 

Con questo video riprendiamo la nostra serie sulla storia della filosofia antica. Iniziamo a parlare dei pluralisti, ossia di quei filosofi che ponevano - al contrario di Talete e successori - più elementi a principio del cosmo. 

domenica 25 ottobre 2020

Amare Dio chiede di amare il prossimo, il giusto e l'ingiusto.


I farisei e i sadducei, tra loro nemici, si alleano quando si tratta di tentare e mettere alla prova Gesù. È così che, nel corso della storia, vari movimenti si sono mossi nei confronti di coloro che cercano di seguire gli insegnamenti del Signore. Un esempio sono le varie derive ideologiche che si sono susseguite nella storia fino ai giorni nostri. Continua a leggere su >>> https://www.catt.ch/newsi/amare-dio-chiede-di-amare-il-prossimo-il-giusto-e-lingiusto/

venerdì 9 ottobre 2020

La PRUDENZA e il buon uso della RAGIONE

 

In questo video, parliamo dell'ultima virtù minore che compone la fase prudenziale del consiglio, ossia la Ragione. Si tratta di una virtù riepilogativa e che produce il sillogismo finale. Un'occasione buona per riassumere tutte le virtù minori del consiglio.

domenica 4 ottobre 2020

In Cristo le attese di compimento della storia di salvezza

 


Il brano del vangelo proclamato domenica 4 ottobre – XXVII domenica del tempo ordinario – ci parla ancora una volta di una vigna. Abbiamo già visto come la vigna sia il simbolo della Chiesa, cioè della comunità dei credenti, prefigurata nel popolo di Israele (Is 5,7). E infatti la descrizione della vigna che Gesù fa nella parabola odierna ricalca la descrizione che ne fa Isaia nella prima lettura: «Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino» (Is 5,1b-2a).

Continua a leggere su >>> https://www.catt.ch/newsi/in-cristo-le-attese-di-compimento-della-storia-di-salvezza/ 

venerdì 25 settembre 2020

La PRUDENZA e l'uso virtuoso della SOLERZIA

Premetto che questo video potrà risultare a molti un po’ difficile da seguire, soprattutto a chi non è abituato alla logica. Siamo arrivati alla quarta virtù minore che compone la Prudenza, ossia la solerzia. Ci troviamo ancora nella prima fase del processo prudenziale, ossia la fase del consiglio. Abbiamo detto all’inizio di questa serie che le tre fasi della prudenza – consiglio, deliberazione e comando – si differenziano non solo per ciò che bisogna fare in ciascuna di esse, ma anche per la durata: bisogna consigliarsi a lungo, deliberare in breve tempo e comandare, cioè agire, prontamente. La solerzia, come vedremo, è importante perché è un modulatore di velocità, per così dire, serve cioè a capire a seconda del contesto se è il caso di accelerare o meno la fase del consiglio.

domenica 20 settembre 2020

Dio è amore infinito e giusto: l'esempio nel Vangelo odierno

 








Il vangelo di domenica 20 settembre è un brano «misterioso», nel senso etimologico del termine: da myo, cioè «socchiudo». Bisogna socchiudere gli occhi, come quando si vuole riconoscere una sagoma lontana, perché è facile confondersi. È facile confondere la generosità del padrone della vigna per una sorta di garantismo libera-tutti e senza condizioni, una visione che tuttavia non sarebbe né coerente con il vangelo nella sua interezza né con le esigenze della natura umana.



venerdì 18 settembre 2020

La PRUDENZA e l'uso virtuoso della DOCILITA'



Dopo la memoria e l’intelletto, passiamo alla docilità – la terza virtù minore che compone la virtù cardinale della prudenza. Dopo la buona gestione delle nostre esperienze passate e dopo la capacità di ricollegare gli eventi particolari presenti della nostra vita quotidiana a premesse universalmente valide per poter reagire come conviene, analizziamo questa virtù che pone la fase del consiglio non più solo in una dimensione individuale, ma in una dimensione relazionale.

venerdì 11 settembre 2020

La PRUDENZA e l'uso virtuoso dell'INTELLETTO

Cosa si intende per intelletto quando parliamo di prudenza? L’intelletto è da intendere in questo caso come quella virtù minore della prudenza che ci consente di giudicare bene sul punto di partenza, di capire da quali premesse bisogna partire per giungere al fine ultimo, a ciò che vogliamo o dobbiamo fare, a quelle che sono le scelte giuste da compiere, a quelle che sono le azioni da fare.

venerdì 24 luglio 2020

La Scuola di PITAGORA



Con questo video vorrei provare un nuovo format. Come avrete notato, non ascolterete soltanto la mia voce in sottofondo alle immagini, ma vedrete anche il mio volto, questo nell’intento, nella speranza di rendere più confidenziale, di rendere in qualche modo a voi più vicino questo canale di divulgazione filosofica e teologica. 

In questo video parleremo della filosofia di Pitagora. L’evento storico che è all’origine della scuola pitagorica è simile a quello che abbiamo visto per la scuola di Elea. Pitagora è un personaggio la cui storia si confonde spesso con il mito, ma quello che sappiamo di certo è che nacque intorno al 570 a.C. a Samo, un’isola non molto distante dall’Asia minore, l’odierna Turchia. Anche in questo caso, l’avanzata dell’impero persiano costringe il pensatore a esiliare e la meta scelta dal nostro è, ancora una volta, la Magna Grecia. Siamo nel 530 a.C., a Crotone in Calabria, Pitagora fonda una scuola molto particolare, dove gli insegnamenti filosofici si confondono con le dottrine religiose. L’impostazione della scuola pitagorica è molto classista: sono ammessi solo aristocratici e la struttura della scuola è di natura gerarchica ed iniziatica, si tratta cioè di una sorta di setta religiosa nella quale gli insegnamenti vengono rivelati gradualmente agli adepti. 

Il primo elemento interessante da sottolineare è che Pitagora non lascia opere scritte, a differenza di tutti i grandi pensatori che abbiamo visto sinora. Le dottrine pitagoriche sono state messe per iscritto la prima volta alla fine del V secolo a.C., quindi pochi decenni dopo la morte dello stesso Pitagora, per mano del filosofo pitagorico Filolao di Crotone. 

Il filosofo neoplatonico Giamblico riporta una serie di precetti morali che i pitagorici dovevano seguire, pena l’espulsione dalla comunità. Precetti che possono sembrare strani all’uomo del XXI secolo, ma che all’epoca dovevano assumere un importante significato simbolico. L’obbligo di cui possiamo comprendere meglio le ragioni era quello di procreare, di fare figli: non era ammesso un pitagorico senza prole. 

La dottrina religiosa più caratterizzante del pitagorismo è quella della metempsicosi, ossia la trasmigrazione delle anime dopo la morte in corpi diversi, anche in corpi animali: da qui forse i divieti alimentari che di fatto sembravano ridurre la dieta dei pitagorici ad una sorta di vegetarianismo. 

La scuola si divideva fondamentalmente in due grandi gruppi. Da una parte, il gruppo inferiore degli ascoltatori o acusmatici, i quali – come suggerisce il nome stesso – non potevano parlare, ma solo ascoltare e obbedire ai maestri. Dall’altra parte c’erano i sapienti, chiamati matematici, dal greco μάθημα, che vuol dire appunto dottrina, disciplina. 

Il tema forse più dibattuto tra i filosofi greci era ancora quello dell’archè, dell’origine del cosmo. Abbiamo visto che c’era chi poneva come principio dell’universo l’acqua, chi il fuoco, chi l’aria, chi la terra, chi un intelletto superiore, chi lo stesso universo divinizzato… e anche Pitagora fornisce la propria soluzione. All’origine di tutto ci sono i numeri. I numeri sono l’archè del cosmo. Non solo, i numeri costituiscono anche la natura più profonda, più autentica di tutte le cose che esistono. 

Anche i numeri rispettano una propria gerarchia interna. Alla base ci sono i primi quattro numeri fondamentali: 1, 2, 3, 4. Da essi si ricavano gli elementi geometrici fondamentali della realtà: il punto, la linea, il piano, il solido. Ma questi quattro numeri sono importanti anche perché, sommati tra loro, danno il risultato 10, che è il numero della perfezione. Dieci sono i corpi celesti dell’universo. Pitagora dovette teorizzare così l’esistenza di un decimo corpo, per qualche ragione invisibile dalla prospettiva terrestre: l’Antiterra. 

I pitagorici ripresero anche nozioni che erano già presenti presso altre scuole, e che abbiamo già visto, come per esempio la dottrina del limite e dell’àpeiron, dell’indeterminato, che in Pitagora assume il significato di molteplice. Secondo questa dottrina, limitato e illimitato costituirebbero una coppia fondamentale della natura.

domenica 19 luglio 2020

La misura dell'amore è la totalità



Per spiegare l’avvento del regno dei cieli, il vangelo di domenica 19 luglio – nella sua forma lunga – ci presenta tre parabole: la parabola del grano e della zizzania, la parabola del granello di senape e la parabola del lievito. Le tre parabole, apparentemente disconnesse, sono in realtà strettamente collegate tra loro. Tutte e tre hanno qualcosa in comune: il regno dei cieli non è riferimento dell’aldilà, ma di qualcosa che è presente già in questa vita.

venerdì 17 luglio 2020

La Scuola di ELEA (Senofane e Parmenide)



Intorno al 550 a.C., l’Impero persiano, alla guida di re Ciro II detto il Grande, estese i proprî domini fino alle coste dell’Asia minore, là dov’era nata la filosofia greca. Mileto, la città di Talete e dei primi filosofi naturalisti, perse gradualmente il proprio splendore. Nel 499, la città fu addirittura saccheggiata e data alle fiamme dai persiani, in seguito ad una rivolta finita male e che aveva coinvolto tutte le principali colonie ioniche. Tra queste colonie c’era anche la città di Focea, importantissimo sbocco commerciale, famosa per i suoi lunghissimi viaggi marittimi. Gli abitanti di Focea avevano costruito numerose colonie in tutto il Mediterraneo. Dopo l’arrivo dei persiani, si videro così costretti a fuggire in Magna Grecia. Qui, dopo un lungo viaggio, fondarono la città di Elea. Tra i fondatori c’era anche un allievo della scuola di Mileto, Senofane, il quale fondò una nuova scuola a Elea. Poco dopo la fondazione della città, nacque a Elea Parmenide, il quale fu formato alla scuola di Senofane.

La filosofia di Senofane era caratterizzata da un grande scetticismo nei confronti delle religioni politeistiche. Senofane era di fatto un monoteista: credeva che Dio fosse unico, eterno, ingenerato, immutabile, immobile, senza parti. Come una perfetta sfera.

Parmenide scrive un poema in versi, Sulla natura. Qui narra di essere stato condotto su di un carro dalle figlie del Sole fino a un bivio, là dove si separano il sentiero del giorno e il sentiero della notte, e qui avrebbe incontrato la dèa della Giustizia, che gli avrebbe così indicato il sentiero del giorno, ossia della luce e della verità. La dèa rivela a Parmenide che la verità dice «che è e che non è possibile che non sia», mentre l’opinione degli uomini dice «che non è e che non è possibile che non sia» (DK 28, B2). Questo modo di parlare misterioso ha dato vita nella storia della filosofia a molte interpretazioni, a quella che tradizionalmente viene chiamata la filosofia dell’essere.

domenica 12 luglio 2020

Fede e fiducia sono la stessa cosa?



Nel vangelo di domenica 12 luglio, si parla della famosa parabola del seminatore. Come spiega lo stesso Gesù, il seme è metafora della Parola e il terreno – nelle sue varie forme – è metafora dell’anima di chi ascolta. Scrive san Paolo infatti che Fides ex auditu (Romani 10,17), «la fede nasce dall’ascolto» della Parola. Questo brano evangelico è dunque strettamente connesso al concetto di fede. Viene però da chiedersi se conosciamo a fondo il significato di questo concetto apparentemente semplice. 

venerdì 10 luglio 2020

Tommaso d'Aquino | La TRISTEZZA: Cosa è? E Quali Sono le Specie Fondamentali?



In questo video vorrei parlarvi di quella che, secondo Tommaso d’Aquino, è la passione per eccellenza, ossia ciò che modifica più profondamente l’anima dell’uomo: la tristezza. Essa è definita come la passione che sorge dalla percezione di un male presente. La presenza di questo male può essere esterna - come quando ascoltiamo qualcuno che ci dà una brutta notizia - oppure interna – e in questo caso, a causare la tristezza possono essere due sensi interni dell’uomo, ossia la memoria e la fantasia. Infatti, possiamo intristirci al ricordo di un evento negativo accaduto anche diversi anni fa, perché la memoria ha il potere di rendere presenti all’anima gli eventi passati. Oppure, possiamo giocare così tanto di fantasia, da immaginare scenari indesiderabili e immedesimarci così tanto da provare tristezza come se tali scenari fossero reali. 

Secondo Giovanni Damasceno, ci sono quattro specie fondamentali di tristezza che si aggiungono alla tristezza tout court. Per capire come ricavare le specie della tristezza, dunque, dobbiamo considerare due elementi nella definizione stessa di tristezza: l’essere male di una cosa e l’appartenenza di tale cosa a qualcuno, il quale può essere il soggetto stesso della tristezza oppure un altro.

venerdì 3 luglio 2020

Tommaso d'Aquino | La SPERANZA: Passione e Virtù (cosa è e come mantenerla VIVA!)



Abbiamo visto in un video precedente che tra le cinque passioni della facoltà irascibile c’è anche la speranza, definita come la passione che sorge dalla percezione di un oggetto buono, futuro e difficile da raggiungere, eppure raggiungibile. 

In questo video, vorrei soffermarmi su questa passione. È una passione molto importante. Tommaso d’Aquino scrive che la speranza è la principale di tutte le passioni irascibili. 

Per spiegare l’importanza di questa passione, possiamo usare una metafora. La speranza è come una casa a due piani, la speranza è a metà – per così dire - tra la terra e il cielo. Nel piano inferiore, c’è la speranza vera e propria. Anzitutto bisogna dire che la speranza presuppone il desiderio. Un altro punto importante è che ci sono due tipi principali di speranza. Questo perché l’oggetto della speranza è il bene difficile e futuro, ma che è possibile raggiungere, e ci sono due modi in cui una cosa è possibile: secondo le proprie forze o secondo le forze altrui. La speranza tout court è dunque la speranza secondo le proprie forze, che è una speranza attiva e motrice, mentre la speranza secondo la forza altrui è detta speranza aspettativa. 

Il terzo punto importante riguarda le cause della speranza. Ci sono due modi di causare la speranza. Il primo modo si ha quando un bene futuro, difficile e raggiungibile rappresenta per il soggetto uomo l’apertura a possibilità ancora maggiori. Il secondo modo, invece, è quello che fa giudicare una cosa come raggiungibile. Sono causa di questo tipo l’insegnamento e la persuasione, i quali appunto comunicano all’intelletto, e non direttamente all’appetito, quali cose sono raggiungibili e quali no. 

Infine, bisogna dire che la speranza causa l’amore. 
Quando san Paolo scrive che ci sono tre virtù teologali – fede, speranza e carità – non le scrive in ordine sparso, ma secondo un ordine genealogico. La fede infatti genera speranza e la speranza genera carità. La speranza di cui parla san Paolo non è la passione della speranza, ma la virtù appunto, più precisamente una virtù teologale, cioè un abito dell’anima che è donato direttamente da Dio e che tuttavia si fonda sull’aspetto appetitivo della speranza, quello più propriamente umano. 

Molto spesso oggi si usano le parole ‘fede’ e ‘fiducia’ come se fossero sinonimi. In realtà non lo sono. La fede non è la fiducia: la fede riguarda solo l’intelletto, riguarda l’adesione dell’intelletto a tutte le verità rivelate da Dio. Si prova fiducia invece quando ci aspettiamo da qualcun altro un bene che amiamo, che è futuro e che non è facilmente raggiungibile. Vediamo allora che la fiducia è la stessa cosa della speranza aspettativa. La speranza teologale, quella che riceviamo da Dio, è una specie di speranza aspettativa, perché è quella che ci induce ad aspettare da Dio la salvezza eterna, che è certamente un bene, è futuro e non è per niente facilmente conseguibile.

giovedì 2 luglio 2020

C’è più gioia nel dare che nel ricevere



Tradizionalmente, la Chiesa ha sempre dedicato il mese di luglio alla devozione al Preziosissimo Sangue di Nostro Signore. Si tratta di una devozione evidentemente connessa a quella celebrata il mese precedente, ossia la devozione al Sacro Cuore. Ma perché farne due devozioni distinte? La risposta è semplice. Esse rimandano a due concetti legati alla tradizione della fede cattolica, distinti eppure connessi.

venerdì 26 giugno 2020

La Filosofia di ERACLITO



Tra il VI e il V secolo a.C., in Asia Minore, attuale Turchia, a Efeso, nasce Eraclito. Egli è autore di un’opera dal titolo Perì fyseos, “Sulla natura”, della quale però ci sono arrivati solo un centinaio di frammenti. Eraclito è un pensatore misterioso. I suoi frammenti erano oscuri per gli stessi greci: Aristotele, per esempio, confessa di trovare molta difficoltà in questa lettura. Come i filosofi di Mileto, anche Eraclito cercava l’archè, il principio della natura. Egli lo trovò nel fuoco. 

Il fuoco era un elemento sacro presso molte spiritualità orientali. Poco distante dall’Asia Minore, la religione mazdeista – più nota come zoroastrismo, che per molti secoli è stata la terza religione monoteista prima dell’avvento dell’Islam – adorava il fuoco come simbolo dell’origine divina del cosmo. Forse in parte influenzato da questa grande tradizione religiosa e spirituale, Eraclito credeva che ci fosse all’origine di tutto un logos, un intelletto perfetto, una razionalità unica e universale. 

Tale comprensione del logos sarebbe accessibile solo a pochi sapienti, i filosofi, che in Eraclito dunque riprendono un po’ l’aspetto di sacerdoti, custodi del sacro, che i pensatori di Mileto sembravano avere superato. 

«Ascoltando non me, ma il lògos, è saggio convenire che tutto è uno» 
[DK 22, B 50]. 

Cosa è dunque la felicità per Eraclito? La felicità, o sapienza, è la capacità del saggio di far coincidere il proprio lògos con il lògos del cosmo, che coincide con il divino. Gli uomini comuni invece si soffermano e insistono inutilmente nel tentativo di comprendere le cose particolari e tra loro opposte, senza capire che gli opposti sono aspetti diversi della stessa realtà.

venerdì 19 giugno 2020

Come (e perché) nacque la FILOSOFIA



Dall’alba dei tempi, l’uomo si è sempre interrogato sui grandi temi dell’esistenza e della natura. E in gran parte si tratta degli stessi quesiti che inquietano le nostre menti ancora oggi. In questo video, voglio parlarvi di tre filosofi, spesso ritenuti minori, ma che sono importantissimi perché sono i più antichi, almeno per quanto ne sappiamo, della storia del pensiero umano, o meglio: della storia del pensiero occidentale. Questi tre personaggi sono Talete, Anassimandro e Anassimene. Ci troviamo in Asia Minore, l’odierna Turchia, tra il VII e il VI secolo a.C. Più precisamente, a Mileto, una colonia di origine ionica. È qui che nasce la filosofia. 

Questa posizione geografica non è priva di importanza. Mileto si trovava infatti a metà tra la Grecia - e quindi l’Europa - e i grandi imperi orientali, come ad esempio la Persia - a sua volta a contatto con civiltà maestose, come quella indiana – e l’Egitto. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il pensiero filosofico, religioso, artistico, politico, tecnologico aveva raggiunto notevoli traguardi presso queste civiltà millenarie. Sarebbe dunque riduttivo credere che il pensiero occidentale sia spuntato improvvisamente, come un fungo, a Mileto.

Il Sacro Cuore di Gesù: la vera devozione è donarsi a Dio e al prossimo



«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime» (Matteo 11, 29). In questo versetto evangelico è condensata l’intera devozione che la Chiesa ha sviluppato nei confronti del Sacro Cuore di Gesù, celebrata solennemente oggi, 19 giugno. Negli ultimi tempi, il senso di questa grande devozione cristiana è andato un po’ perso e magari si è ritenuto che tale devozione fosse soltanto una forma ingenua di venerazione popolare. Per riscoprire questa solennità e capire perché la Chiesa valorizza così tanto questa festa, tanto da dedicare l’intero mese di giugno al culto del Sacro Cuore di Gesù, possiamo attingere presso due fonti: la prima è la Bibbia, la seconda è il Magistero pontificio.

giovedì 11 giugno 2020

La festività del Corpus Domini: perché l'Eucarestia è necessaria alla vita spirituale?



Non si ricorda, almeno in Occidente, una simile assenza, così prolungata, dell’Eucarestia nelle nostre vite, a causa del lockdown da covid-19 imposto qui e in tante altri parti del mondo. Un’assenza che ci deve indurre alla riflessione. So davvero cosa è l’Eucarestia? Perché è così necessaria alla mia vita spirituale? O ancora prima: l’Eucarestia è necessaria alla mia vita spirituale o è un «di più» come tante altre cose?

domenica 7 giugno 2020

Santissima Trinità: avvicinarsi al Mistero in compagnia dei grandi teologi



«Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16, 13). Questa promessa di Gesù, realizzatasi nella Pentecoste, ci indica almeno due cose. Primo, che il Dono dello Spirito Santo assume anche una dimensione intellettuale: la verità, infatti, è «corrispondenza tra la realtà esterna e l’intelletto» (Cfr. Tommaso d’Aquino, De Veritate q. 1, a. 1). Secondo, che non tutta la verità è accessibile con le nostre forze, perché non tutta la realtà è pienamente conoscibile. 

venerdì 5 giugno 2020

Cosa è la PAURA (E come trasformarla in qualcosa di POSITIVO)



La paura è forse una delle passioni più difficili da gestire.

Ma è necessario conoscere il proprio nemico, prima di affrontarlo.

In questo video, analizzeremo la paura da tre punti di vista: filosofico, psicologico e morale.

Dal punto di vista filosofico, vedremo quali sono le sei specie di paura.

Alcune di esse potrebbero stupirci: per esempio, quanti di noi oggi direbbero che la pigrizia e la meraviglia sono forme di timore?

Dal punto di vista psicologico, vedremo che l'amigdala - la ghiandola responsabile delle reazioni fisiologiche della paura - si comporta come un ragno al centro della propria tela di morte.

Dal punto di vista morale, vedremo come la paura può essere trasformata in qualcosa di positivo ed è la chiave per sviluppare la più importante delle virtù.

sabato 30 maggio 2020

Pentecoste 2020: che sia davvero «un nuovo inizio»



Dal 28 maggio, in Svizzera e in Ticino, le funzioni religiose con i fedeli sono state nuovamente consentite. È interessante osservare il parallelismo tra quanto accade nella società e quanto ci propone il calendario liturgico della Chiesa cattolica. Domenica di Pentecoste, cinquanta giorni dopo Pasqua: nasceva la Chiesa, salda sui dodici pilastri degli Apostoli, ispirata divinamente nelle parole, nelle opere e nelle intenzioni. Cosa significa per noi la Pentecoste?

venerdì 29 maggio 2020

Le 11 PASSIONI Fondamentali dell'Anima Umana (Parte 2 di 2)



In questa seconda parte, vediamo quali sono, secondo Tommaso d'Aquino, le cinque passioni che risiedono nella facoltà irascibile dell'uomo, ossia quella facoltà che entra in gioco quando si presenta un ostacolo tra il desiderio e il piacere. 

La dinamica principale è infatti quella che dall'amore procede al desiderio e al piacere. 

Tutte le altre dinamiche e le altre passioni servono affinché l'anima giunga al piacere. Le passioni della facoltà irascibile servono a reagire contro questi ostacoli. 

Esse sono cinque: ira, speranza e disperazione, coraggio e paura. 

L'ira è la reazione all'ostacolo ed ha due oggetti: l'ostacolo da rimuovere e l'autore dell'ostacolo (che può coincidere con l'ostacolo stesso, oppure no). Verso l'autore dell'ostacolo, l'anima prova un 'desiderio di vendetta', che è alla base del sentimento, razionale e quindi più nobile, di giustizia. 

Speranza e disperazione sorgono in relazione all'oggetto amato, reso difficile da raggiungere per via dell'ostacolo. Se l'anima ritiene che tale oggetto, benchè difficile, sia raggiungibile, allora proverà speranza. Se invece lo riterrà irraggiungibile, allora proverà disperazione. 

Coraggio e paura sorgono in relazione all'ostacolo stesso. Se l'anima ritiene che tale ostacolo sia vincibile, allora proverà coraggio. Altrimenti, proverà paura.

sabato 23 maggio 2020

L’Ascensione: uno degli atti più pedagogici di Cristo



La parola 'quarantena' deriva, com’è evidente, dal numero quaranta, perché tanti erano i giorni durante i quali le navi restavano isolate nei porti durante la Peste del '400, onde scongiurare il pericolo di ulteriore contagio. Anche noi abbiamo vissuto e stiamo vivendo la nostra quarantena ed è curioso notare come questa sia stata contemporanea a due grandi «quarantene» del tempo liturgico: la Quaresima, da una parte, e i quaranta giorni che separano la Pasqua dall’Ascensione, dall’altra.

venerdì 22 maggio 2020

Le 11 PASSIONI Fondamentali dell'Anima (Parte 1 di 2)



Quante e quali sono le passioni fondamentali dell'anima?

Secondo Tommaso d'Aquino, il più grande pensatore medievale e certamente uno dei più grandi della storia della filosofia, ci sono undici passioni alla base di tutto il complesso sistema affettivo umano. 

Esse si dividono in passioni della facoltà concupiscibile e passioni della facoltà irascibile. 

In questa prima parte, andremo a vedere sinteticamente le passioni della facoltà concupiscibile, ossia: amore e odio, desiderio e fuga, piacere (o gioia) e dolore (o tristezza). 

Nella seconda parte, analizzeremo le passioni della facoltà irascibile, che entrano in gioco quando qualcosa si frappone tra il desiderio e il piacere. 

E voi, cosa ne pensate di questa tassonomia delle passioni? E' incompleta? Oppure eccessiva? Non dimenticate di scrivere la vostra nei commenti!

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venerdì 15 maggio 2020

La Confessione: un sacramento da riscoprire



In questo periodo di lockdown, improvvisamente abbiamo assistito al venir meno della Messa e delle altre attività religiose. Siamo dunque chiamati a riflettere sull’importanza e sul ruolo che i sacramenti assumono (o devono assumere) per la nostra esistenza. Se qualcuno dovesse chiedermi perché sono cattolico, molto probabilmente addurrei, tra le altre cose, il fatto che nel cattolicesimo posso trovare il sacramento della confessione.

KARMA o PROVVIDENZA?



In questo video, confronto la dottrina orientale del Karma e quella cristiana della Provvidenza. Sono incompatibili? Cosa le differenzia?

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venerdì 8 maggio 2020

La Filosofia TARDOSCOLASTICA e la Proprietà Privata



In questo video, cerco di spiegarti in nove minuti gli argomenti che i filosofi e i teologi della tardoscolastica (XIV - XVI secolo) erano soliti portare per difendere la dottrina della proprietà privata contro i sostenitori della sua abolizione. Buona visione!

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venerdì 1 maggio 2020

Quante e Quali sono le Facoltà della MENTE UMANA secondo Tommaso d'Aquino?


In questo video, cerco di spiegarti in cinque minuti quante e quali sono le facoltà dell'anima umana secondo il pensiero aristotelico di TOMMASO D'AQUINO. Oggi useremmo la parola 'mente' al posto di 'anima'. L'anima umana è divisa in tre parti: vegetativa, sensitiva e razionale. Vediamo quali sono le facoltà che caratterizzano ciascuna di esse. 

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giovedì 30 aprile 2020

Chi è il mio prossimo al tempo della rete?



Se da una parte la scienza e la tecnologia illudono spesso l’essere umano di aver raggiunto gli attributi divini dell’onniscienza e dell’onnipotenza, dall’altra l’avvento dell’era digitale lo illude di aver raggiunto l’onnipresenza.

martedì 21 aprile 2020

Il virus dell'egoismo indifferente evocato da Papa Francesco



Nell’omelia di domenica 19 aprile, festa della Divina Misericordia, papa Francesco ha detto che «mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua il rischio che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente». A questo proposito, sorgono alcune riflessioni. Posso io salvarmi da solo? Io sono davvero un essere limitato e inevitabilmente bisognoso di un altro che viene in mio soccorso? Oppure sono capace di essere del tutto auto-sufficiente?

mercoledì 15 aprile 2020

Uno sguardo educativo al tempo del coronavirus



Cosa ci fa venire in mente la figura del maestro? La parola 'maestro' deriva dal latino magister, a sua volta da magis, 'di più', e la stessa etimologia può essere riscontrata anche presso molte varianti linguistiche: l’ebraico 'rabbi' significa 'grande' e il sanscrito 'guru' significa 'pesante'. Da Lutero in avanti, è andata affermandosi sempre di più un’idea sbagliata per cui qualunque forma di gerarchia sia necessariamente contraria alla libertà degli individui, a partire da quella religiosa per poi arrivare (con il Sessantotto) alla gerarchia «naturale» tra padre e figlio.

martedì 24 marzo 2020

La solitudine, sfida di questo tempo arduo



In questo periodo difficile siamo chiamati a ritirarci dalla vita comune per un bene maggiore. Siamo chiamati a sacrificare i nostri desideri, i nostri svaghi e ci troviamo soli, spesso confrontati con domande drammatiche sulla vita e sulla morte.

giovedì 27 febbraio 2020

«Flee or fight»: quelle 11 emozioni che ci fanno combattere o fuggire



Quante sono le emozioni? Come possiamo distinguerle? È possibile gestirle o ne siamo totalmente dominati? Sono domande che interrogano (e forse inquietano) l’uomo di oggi. Risposte interessanti a queste e altre domande possono arrivare – udite, udite – dal Medioevo, a lungo dileggiato come periodo di ignoranza e oscurantismo.