
Il vangelo proclamato nella terza domenica di Quaresima, 7 marzo 2021, richiama un episodio vivido nella memoria del popolo cristiano: la cacciata dei mercanti dal Tempio.

Si tratta di un episodio di
"santa ira" del Signore. In effetti, l'ira - che è solitamente annoverata tra i
sette peccati capitali - non è in se stessa peccaminosa, quando è moderata nelle manifestazioni esteriori ed è tutta incanalata verso un fine giusto.
L'ira è una delle cinque passioni della facoltà irascibile dell'anima [vedi
qui], cioè di quelle emozioni che proviamo per rimuovere gli ostacoli al raggiungimento di un certo bene.
Cristo non praticò violenza, ma «fabbricata una frusta di cordicelle» (
Gv 2, 15a) per allontanare buoi e pecore sacrificali, allontanò tutti i commercianti dal Tempio. All'epoca, all'interno del Tempio di Gerusalemme, cuore pulsante della religiosità ebraica, era andata innescandosi un'attività molto redditizia, ma sostanzialmente
fraudolenta: la pratica del sacrificio rituale fu estesa a tutti i privati e
ridotta a una dimensione squisitamente personale tra l'uomo e Dio, sì che ogni volta che qualcuno intendeva riparare un peccato personale, riteneva sufficiente comperare una bestia sacrificale (solitamente una colomba, ma anche buoi e pecore, a seconda delle entità del misfatto) e ucciderla nel Tempio.
Dal momento che non tutti possedevano queste bestie, diversi allevatori decisero di venderli a buon prezzo nel Tempio e, dal momento che molti ebrei provenivano da altri territori dell'Impero romano, per lo più adiacenti alla Terra Santa, dove evidentemente non si usavano monete ebraiche, e dal momento che era proibito usare oggetti dei Gentili all'interno del Tempio, anche i cambiavalute trovarono modo di trarre profitto da questo traffico.
Cristo condannava queste attività perché ingannavano spiritualmente, sfioravano la
superstizione: non basta uccidere un capro per trovare il perdono (Cfr.
Ebrei 10, 4-7). «Io detesto, respingo le vostre feste \ e non gradisco le vostre riunioni; \ anche se voi mi offrite olocausti, \ io non gradisco i vostri doni \ e le vittime grasse come pacificazione \ io non le guardo» (
Amos 5, 21-22).
Il perdono infatti non è una questione magica, ma spirituale, dove urge la conversione del cuore, la consapevolezza del male che si è fatto, la volontà di espiare, cioè di riparare in maniera adeguata il male commesso, e di cambiare vita. La persona superstiziosa, invece, non cambia il proprio cuore, ma
riduce l'economia della salvezza a un meccanismo di riparazione, riducendo la legge di Dio a una legge di natura, non considerandola quindi come manifestazione di una volontà intelligente e relazionale.
In questo stesso brano, Gesù ci ricorda che il primo tempio è la propria persona: «Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo ricostruirò» (Gv 2, 19). Si trattava di un modo enigmatico per alludere alla Resurrezione dei corpi. Il corpo - come ricorderà anche san Paolo (Cfr. 1Corinzi 6, 19) - è tempio dello Spirito Santo, da dove sorgono tutte le condizioni per una vita spirituale perfetta oppure malsana (Cfr. Matteo 15, 11). Il tempio esteriore è certamente importante: Dio stesso ordinò al popolo di Israele di costruire un tempio. Esso, tuttavia, è simbolo della comunione dei "templi spirituali" e conseguenza di questi, così come la comunità è sempre subalterna agli individui, perché se non ci sono individui santi non c'è neanche comunità santa.