sabato 26 giugno 2021

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sabato 5 giugno 2021

Eucarestia farmaco di immortalità: cosa significa veramente?

  

I misteri fondamentali della Fede cattolica sono due: la Trinità – sulla quale abbiamo meditato la scorsa domenica – e l’Incarnazione, Passione e Resurrezione di Nostro Signore. Si chiamano misteri fondamentali perché tutti gli altri dogmi procedono da questi due, ma anche perché tutti i credenti devono conoscere e credere in almeno questi due dogmi per potersi definire cattolici. Si tratta di concetti di non facile comprensione, spesso facilmente fraintesi. È paradossale vedere tuttavia come, in una società dove si pretende il diritto all’istruzione e nella quale si sente dire che tutti possono avere pari accesso alla conoscenza perché tutti hanno le stesse potenzialità, quando si finisce a parlare di dogmi cattolici, molto spesso sono gli uomini di Chiesa i primi a dire che misteri come la Trinità sono troppo alti, troppo lontani dalla vita reale per poter essere compresi. E che in fondo si può essere cattolici anche senza conoscerli. Eppure, se la Chiesa antica decise di includere il Credo nel rito della Messa, fu proprio perché i Padri ritennero che tutti i fedeli – a prescindere da sesso, etnia, cultura, status, lingua, etc. – sono capaci di comprendere queste alte verità di Fede e che esse non sono relegate al mondo di lassù, ma si ripercuotono anche nel nostro modo di concepire la realtà esterna e nel modo di praticare la carità con il prossimo.

Questa domenica, la Chiesa ci propone di meditare su un altro grande mistero della Fede cattolica, la cui difficoltà è forse pari solo al mistero del Dio trinitario. La Chiesa festeggia infatti la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù Cristo (Corpus Domini). Essa fu istituita dal papa Urbano IV nel 1264, circa trecento anni prima del Concilio di Trento, quando fu proclamato ufficialmente il dogma della transustanziazione: alla faccia di chi dice che solo in quest’ultima circostanza la Chiesa avrebbe “inventato” la nozione della presenza reale di Cristo nell’Eucarestia! Chi mastica un minimo di teologia cattolica, però, sa che i dogmi possono essere proclamati tali solo se «creduti da tutti, in ogni luogo e in ogni tempo» (San Vincenzo di Lerins) e sono stati proclamati proprio per difenderli dai “pensieri nuovi” che finivano per metterli in dubbio.

Già all’epoca di papa Urbano IV, infatti, c’era chi metteva in dubbio la dottrina tradizionale sull’Eucarestia. Per questa ragione, il papa chiese a un grande teologo domenicano dell’epoca, san Tommaso d’Aquino, di scrivere un inno eucaristico da proclamare nell’occasione della solennità odierna. Ancora oggi cantiamo la sequenza scritta da quel grandissimo teologo. In effetti, la sequenza – intitolata Lauda Sion e composta di 24 strofe – è un ottimo compendio della dottrina eucaristica e merita di essere compresa e meditata. In particolare, c’è una strofa della sequenza che merita particolare attenzione oggi, viste le derive teologiche che contraddistinguono il nostro tempo. Essa recita: «Lo ricevono i buoni / lo ricevono i malvagi / ma con ineguale sorte: / di vita o di morte. / È morte per i malvagi, vita per i buoni: / vedi di pari assunzione / quanto sia diverso l’effetto». Il Sacramento dell’Eucarestia è infatti strettamente connesso al Sacramento della Confessione: anche il Catechismo della Chiesa cattolica ci ricorda che non è permesso ricevere l’Eucarestia in stato di peccato mortale. Eppure, quanti oggi si ostinano a ricevere la Comunione pur senza essere in grazia di Dio? Quanti ricevono la Comunione senza saper fare un corretto esame di coscienza, necessario per confessarsi? L’Eucarestia, non a caso, è definita anche “farmaco di immortalità” e la parola greca farmakon ha un doppio significato: “medicina”, ma anche “veleno”. Come infatti assumere una medicina in misura o in condizioni diverse da quelle indicate dal medico può risultare in letalità, così assumere l’Eucarestia in condizioni diverse da quelle indicate dal Medico Divino (Gesù Cristo e gli Apostoli) comporta un atto sacrilego e peccaminoso. Ripartiamo dunque dalla meditazione di questa grande e grave Solennità per vivere la Fede secondo le intenzioni del suo divino fondatore.

Gaetano Masciullo

sabato 29 maggio 2021

Come pensare la Trinità?

                     


La Trinità è sicuramente il mistero più alto della teologia cattolica. La parola ‘mistero’ viene dal greco myo, che significa ‘socchiudere’: quando cerchiamo di osservare qualcosa che è in direzione del sole, socchiudiamo gli occhi, perché la luce dell’astro è talmente forte da abbagliarci e impedirci la vista. Sono infatti due le cause di cecità in un occhio sano: l’assenza di luce o l’eccesso di luce. La stessa cosa avviene per l’anima: l’occhio non vede per assenza di luce, ossia perché il peccato ostruisce, funge da ostacolo alla conoscenza divina; ma può darsi anche che non veda per eccesso di luce, perché l’intelletto umano è per natura impossibilitato a comprendere Dio nella sua interezza, che è qualcosa di infinitamente superiore. Ora la Trinità è la stessa essenza di Dio, dunque è impossibile da parte nostra comprenderla con perizia. Eppure, lo stesso Dio viene incontro al nostro limite e si è fatto conoscere attraverso le sue stesse parole, particolarmente in Cristo Signore, il quale ha detto: «Andate, dunque, e istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato» (Matteo 28, 19-20a).

Nel corso dei secoli, tanti esempi sono stati fatti per cercare di comprendere e trasmettere il concetto di “Dio uno e trino”. Il dogma cattolico insegna che Dio è unico – non ve ne sono altri - e uno – cioè non è divisibile in parti. Prima di dire che cosa è Dio, allora, bisogna capire che cosa non è Dio, così da liberarci dai modi sbagliati di concepire il Dio trino. Anzitutto, la Trinità non significa che ci sono tre individui divini, altrimenti cadremmo nel politeismo e questo è incompatibile con la nostra Fede: credo in unum Deum. Poi, la Trinità non indica tre modi di essere dello stesso Dio (così che lo stesso individuo quando crea si chiama Padre, quando salva si chiama Figlio e quando santifica si chiama Spirito): cadremmo nel modalismo, che è eresia condannata dalla Chiesa.

Ma allora che cosa è la Trinità? La Chiesa insegna che Dio è tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Una persona è qualcuno che esiste senza il bisogno di altro (sussistente) e che ha natura razionale: ecco perché gli animali, tecnicamente, non sono definibili come persone, al contrario degli uomini, degli angeli e di Dio. La teologia però definisce le tre persone divine anche come relazioni sussistenti. L’espressione, apparentemente difficile, non deve spaventare. I singoli uomini sono persone e, in effetti, ognuno di essi è sussistente, il che significa che per esistere non ha bisogno di qualcos’altro. Nel caso dell’uomo, però, le sue relazioni non sono sussistenti: ogni volta che ci relazioniamo con qualcosa di esterno (amiamo, odiamo, camminiamo, mangiamo, etc.) non possiamo dire che le nostre relazioni possono esistere senza di noi. Noi siamo corpi e tutte le nostre relazioni dipendono da noi.

Per Dio invece non è così: non c’è distinzione tra quello che Dio è e quello che Dio fa, altrimenti non sarebbe più un ente semplice. Allora possiamo dire che, a differenza nostra, Dio è le sue stesse relazioni. Io e il mio amico siamo due persone e due individui, mentre il Padre e il Figlio in Dio sono un individuo e due persone, perché le relazioni divine non dipendono da altro. Ma abbiamo anche detto che una persona è tale anche perché ha natura razionale. Allora queste tre relazioni non solo sono persone perché insieme formano l’unica sostanza divina, ma anche perché formano una sostanza intelligente.

Forse il modo migliore per capire la Trinità è quello di guardarci dentro. Infatti, come diceva sant’Agostino, la creazione è immagine di Dio e in essa possiamo trovare segni che ci aiutano a comprenderlo meglio. Come noi assomigliamo ai nostri genitori perché essi ci hanno procreato, così tutte le cose che sono nell’universo assomigliano in qualche misura alla Trinità, perché Dio ha creato tutte le cose. Ora noi vediamo che in noi ci sono tre facoltà principali: memoria, intelligenza e volontà. La nostra coscienza è dovuta alle relazioni che ci sono tra queste facoltà: ricordo di conoscere e ricordo di volere; so di ricordare e so di volere; voglio ricordare e voglio sapere. In questa triplice relazione c’è una sola coscienza e nessuna di queste relazioni viene prima dell’altra: così in Dio, nessuna relazione viene prima dell’altra e ogni relazione è fuori dal tempo, è eterna, e le tre relazioni formano un solo Dio.

In Dio, le tre relazioni si chiamano paternitàfiliazione e spirazione. C’è poi anche una quarta relazione, che si chiama processione, e che attraversa, unisce le prime tre. Il Padre è la relazione divina da cui ha origine se stesso e il mondo e per questa ragione Dio è onnipotente e tale potenza è condivisa anche dal Figlio e dallo Spirito Santo (“ricordo di sapere e ricordo di volere”). Il Figlio è la relazione divina che riceve l’origine, quasi ad aprirsi sul mondo e all’Incarnazione, e per questa ragione Dio è onnisciente e tale onniscienza procede dal Padre ed è condivisa dallo Spirito Santo (“so di ricordare e so di volere”). Lo Spirito Santo è la relazione divina che procede dal Padre e dal Figlio e per questa ragione Dio è volontà del bene, che noi chiamiamo Amore o Carità (“voglio ricordare e voglio sapere”).  

Gaetano Masciullo

sabato 22 maggio 2021

Solennità di Pentecoste 2021

                                



L'evento della Pentecoste significa la discesa e l'inabitazione dello Spirito Santo negli apostoli, i quali si erano rifugiati nel cenacolo dopo l'Ascensione di Cristo, timorosi delle persecuzioni da parte dei Giudei. In questo senso, la Pentecoste significa la nascita della Chiesa cattolica, perché gli apostoli, unti dallo Spirito di Dio, sono i primi vescovi. La parola 'vescovo' deriva dal greco ἐπίσκοπος, che significa letteralmente "colui che osserva da sopra". Questo nome designa dunque due aspetti della Chiesa. Il primo riguarda la dimensione a un tempo pastorale e dottrinale dell'autorità ecclesiastica: il vescovo infatti custodisce ("colui che osserva") il popolo di Dio, cioé si preoccupa che la dottrina insegnata sia retta non solo nei contenuti, ma anche nelle modalità di insegnamento. Il secondo aspetto riguarda la natura necessariamente gerarchica della Chiesa: infatti il vescovo non è colui che osserva dal lato, ma "da sopra".

Ma la Pentecoste è anche (forse anzitutto) l'inabitazione di Dio nell'uomo, convenientemente preparato alla sua ricezione. Lo Spirito Santo, infatti, non discese solo sugli apostoli, ma anche su Maria e sugli altri discepoli. La Pentecoste significa dunque la santificazione operata dallo Spirito Santo, l'ultimo atto ordinario di perfezionamento che si può ricevere da Dio in questa vita. Bisogna badare bene che tale atto divino non è per nulla scontato. La condizione necessaria per ricevere l'inabitazione divina è infatti lo stato di grazia: basta un solo peccato mortale per scacciare lo Spirito Santo dalla nostra vita. Da qui, l'importanza che la Chiesa ha sempre attribuito alla condotta morale: i vizi si scacciano con le virtù, le virtù aprono le porte ai sette doni dello Spirito Santo, i doni divini infondono uno stato di felicità autentica, che il Vangelo ci descrive con le otto beatitudini. 

Queste condizioni per ricevere lo Spirito Santo sono descritte dallo stesso Gesù nel vangelo proclamato quest'oggi, nella liturgia celebrata secondo il vetus ordo missae. Egli ci dice: «Chiunque mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo da lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Queste parole determinano un ordine: la condizione fondamentale è amare Dio, non a parole (siamo tutti bravi a dire di essere cristiani, ma questo non conta agli occhi di Dio; cfr. Mt 7, 21: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore" entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre»), ma con i fatti appunto: «osserverà la mia parola», dove osservare significa vivere e mettere in pratica i comandamenti di Dio. 

Le parole di Cristo sono severe, ma proprio per questo vanno prese sul serio: «Chi non mi ama non osserva le mie parole» (Gv 14, 24a). Non possiamo esimerci dal fare i conti con questo giudizio divino, se ci diciamo cristiani cattolici. L'amore di Dio segue - attenzione: non viene prima! - la conformazione della nostra vita al Vangelo. Spesso si sente dire: "Dio ama tutti e non guarda ai nostri difetti". Un concetto bello, che ci fa sospirare un sospiro di sollievo, ma che non rispecchia esattamente quanto Cristo ci ha detto. E' vero che san Giovanni ha scritto: «Dio è amore» (1Gv 4,8b), ma è anche vero che san Paolo chiarisce il senso di questo amore: «[egli] vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2, 4). L'amore di Dio non è scontato e non è neanche uniforme: quanto più siamo conformi alla sua Parola, più egli ci ama. Questa non è opinione, ma giudizio unanime della Chiesa, sin dall'epoca dei Padri, e confermata dai Dottori e dai Papi nei secoli (come se non bastasse quanto leggiamo nel brano evangelico di oggi).

Solo alla fine, dice il Signore, «verremo da lui e faremo dimora presso di lui», cioè si può verificare l'inabitazione di Dio nell'uomo, gradino più alto della scala di santità cui tutti siamo chiamati: può Dio aver fatto creature razionali incapaci di goderlo? E questa inabitazione - una vera "Pentecoste individuale" - comporta l'infusione di sette santi doni: intelletto, scienza, timor di Dio, sapienza, consiglio, pietà, fortezza. Ecco perché Cristo dice: «Ma il Paraclito - parola che significa sia 'consolatore' che 'difensore' - lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26). Dal dono dell'Intelletto, infatti, che serve a sostenere la virtù della Fede, mediante la quale crediamo le verità rivelate, discendono tutti gli altri doni, che sostengono le nostre virtù e orientano la nostra vita a vivere secondo la perfetta, meravigliosa volontà di Dio.

Gaetano Masciullo