sabato 26 giugno 2021

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Carissimi tutti che seguite il mio blog, non pubblicherò più i miei studi e i miei articoli in questo sito.

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sabato 5 giugno 2021

Eucarestia farmaco di immortalità: cosa significa veramente?

  

I misteri fondamentali della Fede cattolica sono due: la Trinità – sulla quale abbiamo meditato la scorsa domenica – e l’Incarnazione, Passione e Resurrezione di Nostro Signore. Si chiamano misteri fondamentali perché tutti gli altri dogmi procedono da questi due, ma anche perché tutti i credenti devono conoscere e credere in almeno questi due dogmi per potersi definire cattolici. Si tratta di concetti di non facile comprensione, spesso facilmente fraintesi. È paradossale vedere tuttavia come, in una società dove si pretende il diritto all’istruzione e nella quale si sente dire che tutti possono avere pari accesso alla conoscenza perché tutti hanno le stesse potenzialità, quando si finisce a parlare di dogmi cattolici, molto spesso sono gli uomini di Chiesa i primi a dire che misteri come la Trinità sono troppo alti, troppo lontani dalla vita reale per poter essere compresi. E che in fondo si può essere cattolici anche senza conoscerli. Eppure, se la Chiesa antica decise di includere il Credo nel rito della Messa, fu proprio perché i Padri ritennero che tutti i fedeli – a prescindere da sesso, etnia, cultura, status, lingua, etc. – sono capaci di comprendere queste alte verità di Fede e che esse non sono relegate al mondo di lassù, ma si ripercuotono anche nel nostro modo di concepire la realtà esterna e nel modo di praticare la carità con il prossimo.

Questa domenica, la Chiesa ci propone di meditare su un altro grande mistero della Fede cattolica, la cui difficoltà è forse pari solo al mistero del Dio trinitario. La Chiesa festeggia infatti la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù Cristo (Corpus Domini). Essa fu istituita dal papa Urbano IV nel 1264, circa trecento anni prima del Concilio di Trento, quando fu proclamato ufficialmente il dogma della transustanziazione: alla faccia di chi dice che solo in quest’ultima circostanza la Chiesa avrebbe “inventato” la nozione della presenza reale di Cristo nell’Eucarestia! Chi mastica un minimo di teologia cattolica, però, sa che i dogmi possono essere proclamati tali solo se «creduti da tutti, in ogni luogo e in ogni tempo» (San Vincenzo di Lerins) e sono stati proclamati proprio per difenderli dai “pensieri nuovi” che finivano per metterli in dubbio.

Già all’epoca di papa Urbano IV, infatti, c’era chi metteva in dubbio la dottrina tradizionale sull’Eucarestia. Per questa ragione, il papa chiese a un grande teologo domenicano dell’epoca, san Tommaso d’Aquino, di scrivere un inno eucaristico da proclamare nell’occasione della solennità odierna. Ancora oggi cantiamo la sequenza scritta da quel grandissimo teologo. In effetti, la sequenza – intitolata Lauda Sion e composta di 24 strofe – è un ottimo compendio della dottrina eucaristica e merita di essere compresa e meditata. In particolare, c’è una strofa della sequenza che merita particolare attenzione oggi, viste le derive teologiche che contraddistinguono il nostro tempo. Essa recita: «Lo ricevono i buoni / lo ricevono i malvagi / ma con ineguale sorte: / di vita o di morte. / È morte per i malvagi, vita per i buoni: / vedi di pari assunzione / quanto sia diverso l’effetto». Il Sacramento dell’Eucarestia è infatti strettamente connesso al Sacramento della Confessione: anche il Catechismo della Chiesa cattolica ci ricorda che non è permesso ricevere l’Eucarestia in stato di peccato mortale. Eppure, quanti oggi si ostinano a ricevere la Comunione pur senza essere in grazia di Dio? Quanti ricevono la Comunione senza saper fare un corretto esame di coscienza, necessario per confessarsi? L’Eucarestia, non a caso, è definita anche “farmaco di immortalità” e la parola greca farmakon ha un doppio significato: “medicina”, ma anche “veleno”. Come infatti assumere una medicina in misura o in condizioni diverse da quelle indicate dal medico può risultare in letalità, così assumere l’Eucarestia in condizioni diverse da quelle indicate dal Medico Divino (Gesù Cristo e gli Apostoli) comporta un atto sacrilego e peccaminoso. Ripartiamo dunque dalla meditazione di questa grande e grave Solennità per vivere la Fede secondo le intenzioni del suo divino fondatore.

Gaetano Masciullo

sabato 29 maggio 2021

Come pensare la Trinità?

                     


La Trinità è sicuramente il mistero più alto della teologia cattolica. La parola ‘mistero’ viene dal greco myo, che significa ‘socchiudere’: quando cerchiamo di osservare qualcosa che è in direzione del sole, socchiudiamo gli occhi, perché la luce dell’astro è talmente forte da abbagliarci e impedirci la vista. Sono infatti due le cause di cecità in un occhio sano: l’assenza di luce o l’eccesso di luce. La stessa cosa avviene per l’anima: l’occhio non vede per assenza di luce, ossia perché il peccato ostruisce, funge da ostacolo alla conoscenza divina; ma può darsi anche che non veda per eccesso di luce, perché l’intelletto umano è per natura impossibilitato a comprendere Dio nella sua interezza, che è qualcosa di infinitamente superiore. Ora la Trinità è la stessa essenza di Dio, dunque è impossibile da parte nostra comprenderla con perizia. Eppure, lo stesso Dio viene incontro al nostro limite e si è fatto conoscere attraverso le sue stesse parole, particolarmente in Cristo Signore, il quale ha detto: «Andate, dunque, e istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato» (Matteo 28, 19-20a).

Nel corso dei secoli, tanti esempi sono stati fatti per cercare di comprendere e trasmettere il concetto di “Dio uno e trino”. Il dogma cattolico insegna che Dio è unico – non ve ne sono altri - e uno – cioè non è divisibile in parti. Prima di dire che cosa è Dio, allora, bisogna capire che cosa non è Dio, così da liberarci dai modi sbagliati di concepire il Dio trino. Anzitutto, la Trinità non significa che ci sono tre individui divini, altrimenti cadremmo nel politeismo e questo è incompatibile con la nostra Fede: credo in unum Deum. Poi, la Trinità non indica tre modi di essere dello stesso Dio (così che lo stesso individuo quando crea si chiama Padre, quando salva si chiama Figlio e quando santifica si chiama Spirito): cadremmo nel modalismo, che è eresia condannata dalla Chiesa.

Ma allora che cosa è la Trinità? La Chiesa insegna che Dio è tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Una persona è qualcuno che esiste senza il bisogno di altro (sussistente) e che ha natura razionale: ecco perché gli animali, tecnicamente, non sono definibili come persone, al contrario degli uomini, degli angeli e di Dio. La teologia però definisce le tre persone divine anche come relazioni sussistenti. L’espressione, apparentemente difficile, non deve spaventare. I singoli uomini sono persone e, in effetti, ognuno di essi è sussistente, il che significa che per esistere non ha bisogno di qualcos’altro. Nel caso dell’uomo, però, le sue relazioni non sono sussistenti: ogni volta che ci relazioniamo con qualcosa di esterno (amiamo, odiamo, camminiamo, mangiamo, etc.) non possiamo dire che le nostre relazioni possono esistere senza di noi. Noi siamo corpi e tutte le nostre relazioni dipendono da noi.

Per Dio invece non è così: non c’è distinzione tra quello che Dio è e quello che Dio fa, altrimenti non sarebbe più un ente semplice. Allora possiamo dire che, a differenza nostra, Dio è le sue stesse relazioni. Io e il mio amico siamo due persone e due individui, mentre il Padre e il Figlio in Dio sono un individuo e due persone, perché le relazioni divine non dipendono da altro. Ma abbiamo anche detto che una persona è tale anche perché ha natura razionale. Allora queste tre relazioni non solo sono persone perché insieme formano l’unica sostanza divina, ma anche perché formano una sostanza intelligente.

Forse il modo migliore per capire la Trinità è quello di guardarci dentro. Infatti, come diceva sant’Agostino, la creazione è immagine di Dio e in essa possiamo trovare segni che ci aiutano a comprenderlo meglio. Come noi assomigliamo ai nostri genitori perché essi ci hanno procreato, così tutte le cose che sono nell’universo assomigliano in qualche misura alla Trinità, perché Dio ha creato tutte le cose. Ora noi vediamo che in noi ci sono tre facoltà principali: memoria, intelligenza e volontà. La nostra coscienza è dovuta alle relazioni che ci sono tra queste facoltà: ricordo di conoscere e ricordo di volere; so di ricordare e so di volere; voglio ricordare e voglio sapere. In questa triplice relazione c’è una sola coscienza e nessuna di queste relazioni viene prima dell’altra: così in Dio, nessuna relazione viene prima dell’altra e ogni relazione è fuori dal tempo, è eterna, e le tre relazioni formano un solo Dio.

In Dio, le tre relazioni si chiamano paternitàfiliazione e spirazione. C’è poi anche una quarta relazione, che si chiama processione, e che attraversa, unisce le prime tre. Il Padre è la relazione divina da cui ha origine se stesso e il mondo e per questa ragione Dio è onnipotente e tale potenza è condivisa anche dal Figlio e dallo Spirito Santo (“ricordo di sapere e ricordo di volere”). Il Figlio è la relazione divina che riceve l’origine, quasi ad aprirsi sul mondo e all’Incarnazione, e per questa ragione Dio è onnisciente e tale onniscienza procede dal Padre ed è condivisa dallo Spirito Santo (“so di ricordare e so di volere”). Lo Spirito Santo è la relazione divina che procede dal Padre e dal Figlio e per questa ragione Dio è volontà del bene, che noi chiamiamo Amore o Carità (“voglio ricordare e voglio sapere”).  

Gaetano Masciullo

sabato 22 maggio 2021

Solennità di Pentecoste 2021

                                



L'evento della Pentecoste significa la discesa e l'inabitazione dello Spirito Santo negli apostoli, i quali si erano rifugiati nel cenacolo dopo l'Ascensione di Cristo, timorosi delle persecuzioni da parte dei Giudei. In questo senso, la Pentecoste significa la nascita della Chiesa cattolica, perché gli apostoli, unti dallo Spirito di Dio, sono i primi vescovi. La parola 'vescovo' deriva dal greco ἐπίσκοπος, che significa letteralmente "colui che osserva da sopra". Questo nome designa dunque due aspetti della Chiesa. Il primo riguarda la dimensione a un tempo pastorale e dottrinale dell'autorità ecclesiastica: il vescovo infatti custodisce ("colui che osserva") il popolo di Dio, cioé si preoccupa che la dottrina insegnata sia retta non solo nei contenuti, ma anche nelle modalità di insegnamento. Il secondo aspetto riguarda la natura necessariamente gerarchica della Chiesa: infatti il vescovo non è colui che osserva dal lato, ma "da sopra".

Ma la Pentecoste è anche (forse anzitutto) l'inabitazione di Dio nell'uomo, convenientemente preparato alla sua ricezione. Lo Spirito Santo, infatti, non discese solo sugli apostoli, ma anche su Maria e sugli altri discepoli. La Pentecoste significa dunque la santificazione operata dallo Spirito Santo, l'ultimo atto ordinario di perfezionamento che si può ricevere da Dio in questa vita. Bisogna badare bene che tale atto divino non è per nulla scontato. La condizione necessaria per ricevere l'inabitazione divina è infatti lo stato di grazia: basta un solo peccato mortale per scacciare lo Spirito Santo dalla nostra vita. Da qui, l'importanza che la Chiesa ha sempre attribuito alla condotta morale: i vizi si scacciano con le virtù, le virtù aprono le porte ai sette doni dello Spirito Santo, i doni divini infondono uno stato di felicità autentica, che il Vangelo ci descrive con le otto beatitudini. 

Queste condizioni per ricevere lo Spirito Santo sono descritte dallo stesso Gesù nel vangelo proclamato quest'oggi, nella liturgia celebrata secondo il vetus ordo missae. Egli ci dice: «Chiunque mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo da lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Queste parole determinano un ordine: la condizione fondamentale è amare Dio, non a parole (siamo tutti bravi a dire di essere cristiani, ma questo non conta agli occhi di Dio; cfr. Mt 7, 21: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore" entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre»), ma con i fatti appunto: «osserverà la mia parola», dove osservare significa vivere e mettere in pratica i comandamenti di Dio. 

Le parole di Cristo sono severe, ma proprio per questo vanno prese sul serio: «Chi non mi ama non osserva le mie parole» (Gv 14, 24a). Non possiamo esimerci dal fare i conti con questo giudizio divino, se ci diciamo cristiani cattolici. L'amore di Dio segue - attenzione: non viene prima! - la conformazione della nostra vita al Vangelo. Spesso si sente dire: "Dio ama tutti e non guarda ai nostri difetti". Un concetto bello, che ci fa sospirare un sospiro di sollievo, ma che non rispecchia esattamente quanto Cristo ci ha detto. E' vero che san Giovanni ha scritto: «Dio è amore» (1Gv 4,8b), ma è anche vero che san Paolo chiarisce il senso di questo amore: «[egli] vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2, 4). L'amore di Dio non è scontato e non è neanche uniforme: quanto più siamo conformi alla sua Parola, più egli ci ama. Questa non è opinione, ma giudizio unanime della Chiesa, sin dall'epoca dei Padri, e confermata dai Dottori e dai Papi nei secoli (come se non bastasse quanto leggiamo nel brano evangelico di oggi).

Solo alla fine, dice il Signore, «verremo da lui e faremo dimora presso di lui», cioè si può verificare l'inabitazione di Dio nell'uomo, gradino più alto della scala di santità cui tutti siamo chiamati: può Dio aver fatto creature razionali incapaci di goderlo? E questa inabitazione - una vera "Pentecoste individuale" - comporta l'infusione di sette santi doni: intelletto, scienza, timor di Dio, sapienza, consiglio, pietà, fortezza. Ecco perché Cristo dice: «Ma il Paraclito - parola che significa sia 'consolatore' che 'difensore' - lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26). Dal dono dell'Intelletto, infatti, che serve a sostenere la virtù della Fede, mediante la quale crediamo le verità rivelate, discendono tutti gli altri doni, che sostengono le nostre virtù e orientano la nostra vita a vivere secondo la perfetta, meravigliosa volontà di Dio.

Gaetano Masciullo 

domenica 16 maggio 2021

Domenica di Ascensione 2021

                      

Oggi, domenica 16 maggio 2021, la Chiesa festeggia in esterno la solennità dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo. La Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste rappresentano tre momenti culmine della storia della salvezza e, a ragione, questi tre eventi possono essere accostati alle tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. La Resurrezione del Cristo, infatti, dopo tre giorni nel sepolcro, ha manifestato in maniera soprannaturale che davvero la Croce non è stata un incidente di percorso, ma un atto voluto e preordinato da Dio, al fine di offrire al Padre un sacrifico così grande da riscattare tutti coloro che decideranno di accogliere deliberatamente il Signore dal peccato originale e personale.

Quaranta giorni sono trascorsi da quel meraviglioso giorno e gli apostoli sono stati progressivamente educati dalle apparizioni del Signore a disaffezionarsi alla presenza fisica di Gesù per dedicarsi interamente alla sua presenza mistica, ossia la Chiesa. L’Ascensione, dunque, può essere bene associata alla virtù della speranza o fiducia. La fiducia, infatti, è cosa diversa dalla fede. Se la fede è l'adesione dell'intelletto alle verità rivelate, ossia la conoscenza di almeno quei dogmi fondamentali che il solo intelletto naturale non può conoscere (unità e trinità di Dio, incarnazione, redenzione, etc.), la speranza o fiducia è l'abitudine affettiva ad aspettare i beni necessari da Dio. Come spiega san Tommaso d'Aquino, spesso alcune parole ricevono il proprio nome dalla causa e così la fiducia si chiama in questo modo perché è generata dalla fede. Infatti, noi aspettiamo ogni bene da Dio perché sappiamo per fede che Dio è provvidente. 

Ecco perché, nel vangelo odierno, il resoconto dell'Ascensione è anticipato da un rimprovero amaro da parte di Gesù nei riguardi degli apostoli: «[Egli] rinfacciò a essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano prestato fede a quelli che lo avevano visto resuscitato». La fede dunque è condizione necessaria per avere speranza. Ma è anche vero che le virtù teologali non si raggiungono con le proprie umane forze, ma le si ricevono solo per volontà divina. E' necessario pertanto il ministero apostolico: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi non crederà, sarà condannato». Un monito duro, che deve farci riflettere e farci crescere. Attraverso il Battesimo riceviamo la grazia della fede. Certamente, tale fede deve essere apparecchiata dalla predicazione e da segni, anche straordinari, da parte dei ministri di Dio. La predicazione infatti apre alla ragionevolezza della nostra fede, instilla gli anticorpi contro gli errori e le false dottrine del mondo, costringe la volontà a desiderare il perfezionamento morale. 

Se il Signore non è più costantemente vicino a noi con la presenza corporea, lo è certamente con la presenza della divinità. Eppure, anche fisicamente il Signore ha desiderato essere vicino a noi, nell'Eucarestia, se pensiamo che ogni ostia consacrata è Cristo vivo e vero. L'Eucarestia compendia in maniera mirabile fede e speranza. Infatti, per sola fede sappiamo che quell'ostia è trasformata sostanzialmente nel corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo: «Sulla croce era nascosta la sola umanità, mentre qui [nell'Eucarestia] si nasconde anche l'umanità», così canta l'inno Adoro te devote. Eppure, da un così grande mistero aspettiamo il bene spirituale: ecco la dimensione eucaristica legata alla speranza. Il Signore ascende al cielo, verso l'alto, perché verso l'alto dobbiamo orientare i nostri desideri ultimi, cioè verso il vero Bene, che non muore mai.

Gaetano Masciullo

sabato 8 maggio 2021

Quinta Domenica dopo la Pasqua (Liturgia secondo il Vetus Ordo): Gesù promette ancora l'Ascensione e la Pentecoste

                           

Il vangelo proclamato nella forma liturgica straordinaria del rito romano si pone ancora in continuità con le promesse dell'Ascensione e della Pentecoste fatte da Gesù. Siamo ormai nella settimana dell'Ascensione, che festeggeremo giovedì 13 maggio, e l'attenzione della Chiesa si volge tutta al fine ultimo della salita del Signore al Padre, ossia la promessa dello Spirito Santo, che nel Battesimo si estende a tutti i credenti e trova compimento nel Sacramento della Confermazione.

Tante volte abbiamo ascoltato la promessa di Gesù: «Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, egli ve lo concederà» (Gv 16. 23), ma forse di rado abbiamo riflettuto sul fatto che la "cosa" che Egli vuole che noi chiediamo, prima di qualunque altra cosa, è che lo Spirito Santo venga ad abitare nei nostri cuori, il che concretamente significa vivere in grazia e orientare la nostra volontà a quella divina, per essere davvero felici sin da questa vita. Ricevere lo Spirito Santo significa lasciar fruttificare le virtù teologali (fede, speranza, carità), ricevute come in germe da Dio nel Battesimo, e significa anche lasciar fruttificare i suoi sette santi doni, cioè quelle sette virtù soprannaturali - sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, timor di Dio, scienza e pietà - che il Signore ci concede in sostegno delle sette virtù. 

Il ministero terreno di Gesù Cristo ha visto il proprio apice nel celebre discorso della montagna (cfr. Mt cc. 5-7), il quale parte proprio dalla massima preoccupazione spirituale di Gesù per noi, ossia la nostra santificazione, espressa dalle otto beatitutidini, le quali - com'è unanime il giudizio dei Padri e dei Dottori - rappresentano gli effetti dei sette doni dello Spirito Santo. Anche la preghiera del Pater noster insegnataci da Gesù stesso (cfr. Mt 6, 9-13) è anzitutto un elenco di sette richieste al Padre, con le quali richiediamo appunto i sette doni dello Spirito Santo. Sotto quest'ottica, è più facile dunque comprendere l'intenzione ultima di Nostro Signore.

«Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia completa» (Gv 16, 23-30). Non abbiamo chiesto nulla, cioè nulla che valga davvero la pena di essere chiesta: lo Spirito Santo e i suoi sette doni. Tutto il resto, anche i bisogni materiali, vengono di conseguenza, perché Dio è Provvidenza. Ma l'inabitazione dello Spirito Santo è necessaria per la santità, "gioia completa". La santificazione è un processo e, come tale, richiede tempo. Il Signore aveva parlato fino a quel momento ai suoi apostoli in parabole, il cui fine - al contrario di quanto si sente spesso dire - non era certo quello di far comprendere a tutti e in modo semplice nozioni più o meno difficili, ma al contrario, era quello di rendere in un certo senso ermetica la dottrina, non facilmente accessibile, proprio perché c'è bisogno di un cammino per arrivare a conoscere come Dio conosce: «Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere» (Is 6, 9-10). C'è bisogno dell'inabitazione dello Spirito Santo per comprendere pienamente: «In quel giorno» allora, cioè nel "giorno della santità", non ci sarà più bisogno di chiedere, perché quel giorno - come commentano i santi Giovanni Crisostomo e Tommaso d'Aquino - è il giorno di Pentecoste. 

Quando si vive nella grazia, non si ha più bisogno di mediatori umani, ma è Dio stesso ad ascoltarci. Per queste ragioni, Cristo dice: «In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che io pregherò il Padre per voi», cioé Gesù Cristo non pregherà il Padre in quanto vero uomo e mediatore per gli uomini, ma gli apostoli - Chiesa nascente - ameranno Dio come Padre, non solo come Signore, e questa familiarità otterrà tutto in sovrabbondanza. San Tommaso d'Aquino, commentando questo brano di san Giovanni evangelista, commenta il concetto di familiarità. Si ha familiarità verso qualcuno quando spontaneamente si è propensi a chiedergli qualcosa. La familiarità è reciproca: il Padre si fida degli apostoli (Gv 16, 27: «il Padre infatti vi ama perché avete creduto in me»), così come il Padre si fida del Figlio (Gv 16, 28a: «Uscii dal Padre e venni nel mondo») e il Figlio si fida del Padre (Gv 16, 28b: «ora lascio il mondo e torno al Padre»).

La somma manifestazione di affetto degli apostoli verso Cristo è la confessione di fede. E tale confessione procede da tre aspetti. Il primo aspetto è la chiarezza della dottrina: «Ecco che ora parli apertamente e senza parabole» (Gv 16, 29). Infatti, una dottrina è accolta anzitutto se è comprensibile dall'intelletto naturale dell'uomo e la fede cattolica è assolutamente ragionevole. Il secondo aspetto è la certezza della dottrina ricevuta: «Adesso conosciamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi» (Gv 16, 30a). Se si ritiene una tale dottrina di origine divina, non possiamo dubitare della verità di essa, perché Dio sa tutto e non può mentire. In questo versetto, notiamo una apparente contraddizione: infatti, chi sa è colui che non ha bisogno di interrogare, non colui che non ha bisogno di essere interrogato. Eppure qui gli apostoli dicono: "non hai bisogno che alcuno ti interroghi". Si tratta in realtà di una confessione della natura assolutamente beata del Figlio, in quanto Dio: la necessità della preghiera è infatti dalla parte nostra, non dalla parte di Cristo. Infine, il terzo e ultimo aspetto è quello della consapevolezza dell'origine divina della dottrina, cioè della necessità che Dio riveli quella parte di verità che l'intelletto da solo non può raggiungere: «crediamo che tu sei uscito da Dio» (Gv 16, 30b).

sabato 1 maggio 2021

Quarta Domenica dopo Pasqua (Liturgia secondo il Vetus Ordo): Il Signore promette l'Ascensione e la Pentecoste

Il vangelo proclamato dalla Chiesa nella IV Domenica dopo Pasqua, secondo il calendario seguìto nella celebrazione in forma straordinaria del rito romano, è in diretta continuazione con quanto proclamato domenica scorsa, ossia la promessa dell’Ascensione. Riviviamo con gli apostoli i quaranta giorni che separano la Resurrezione del Signore dalla sua salita al Padre. I vangeli non ci parlano, se non sommariamente, di ciò che avvenne in quei giorni, ma la cosa non deve sorprenderci. Sappiamo dalla Tradizione cattolica (che è depositum fidei tanto quanto la Scrittura) che è in questo tempo che il Signore ha indicato agli apostoli, futuri primi vescovi della Chiesa universale, le “linee guida” – per così dire – della celebrazione liturgica.

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domenica 25 aprile 2021

Gesù Buon Pastore, una riflessione che trae spunto da un commento di San Tommaso d'Aquino

 


Nella quarta domenica di Pasqua, la Chiesa ci chiede di meditare riguardo alle parole di Gesù sul «Buon Pastore». È interessante meditarle seguendo l’autorevole commento di san Tommaso d’Aquino. Secondo il grande Dottore, dobbiamo dividere il brano in tre parti. Nella prima parte, Gesù delinea l’identikit del buon pastore (Gv 10, 11-13); nella seconda parte, Gesù spiega perché questo identikit si confà perfettamente a lui (vv. 14-16); nella terza parte, Gesù indica il segno preciso con il quale egli manifesterà che lui solo è il buon pastore dell’umanità.

sabato 17 aprile 2021

Le apparizioni del Risorto tra stupore, gioia e turbamento

 


Il vangelo di questa domenica ci riporta alla sera della Domenica di Resurrezione. L’evento narrato si verifica subito dopo il ritorno da Emmaus di due discepoli, Cleopa e un suo amico, così come narrato dall’attento evangelista Luca (cfr. Lc 24, 13-33). Dovevano essere presumibilmente circa le ore otto o nove della sera. Gesù era già apparso a Maria Maddalena quella mattina (cfr. Gv 20, 18), ma gli Apostoli non avevano prestato fede alle sue parole. Dopodiché, come sappiamo dalla fugace testimonianza evangelica, il Signore apparve anche a Pietro, probabilmente subito dopo quello «spezzare del pane» di fronte agli occhi stupiti dei due discepoli di Emmaus, quando «egli sparì dalla loro vista» (Lc 24, 31).

venerdì 16 aprile 2021

Giuseppe Labre, un santo da riscoprire

 


Il 16 aprile la Chiesa festeggia la memoria di un santo poco noto ai più, ma la cui figura risulta molto interessante per le donne e gli uomini di oggi. Egli si chiamava Benedetto Giuseppe Labre e visse la sua esistenza vagabondando in tutta Europa, nella seconda metà del XVIII secolo (nacque nel 1748 e morì nel 1783), in un periodo dunque assai turbolento per il mondo intero e in particolare per la Chiesa Cattolica, che vedeva attacchi ideologici – e non solo – da ogni parte.

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domenica 11 aprile 2021

La Domenica della Divina Misericordia

 

Il 30 Aprile 2000, Papa San Giovanni Paolo II, in occasione della canonizzazione di santa Faustina Kowalska, istituì la festa della Divina Misericordia e stabilì che tale festa dovesse svolgersi in occasione della prima Domenica dopo Pasqua, tradizionalmente detta in albis vestibus, cioè «in abiti bianchi», perché in epoca antica i catecumeni ricevevano il Battesimo in occasione di questa solennità, indossando vesti di tale colore come simbolo di purezza e rigenerazione.

sabato 6 marzo 2021

Gesù scaccia la superstizione dal Tempio

Il vangelo proclamato nella terza domenica di Quaresima, 7 marzo 2021, richiama un episodio vivido nella memoria del popolo cristiano: la cacciata dei mercanti dal Tempio

Si tratta di un episodio di "santa ira" del Signore. In effetti, l'ira - che è solitamente annoverata tra i sette peccati capitali - non è in se stessa peccaminosa, quando è moderata nelle manifestazioni esteriori ed è tutta incanalata verso un fine giusto. L'ira è una delle cinque passioni della facoltà irascibile dell'anima [vedi qui], cioè di quelle emozioni che proviamo per rimuovere gli ostacoli al raggiungimento di un certo bene. Cristo non praticò violenza, ma «fabbricata una frusta di cordicelle» (Gv 2, 15a) per allontanare buoi e pecore sacrificali, allontanò tutti i commercianti dal Tempio. All'epoca, all'interno del Tempio di Gerusalemme, cuore pulsante della religiosità ebraica, era andata innescandosi un'attività molto redditizia, ma sostanzialmente fraudolenta: la pratica del sacrificio rituale fu estesa a tutti i privati e ridotta a una dimensione squisitamente personale tra l'uomo e Dio, sì che ogni volta che qualcuno intendeva riparare un peccato personale, riteneva sufficiente comperare una bestia sacrificale (solitamente una colomba, ma anche buoi e pecore, a seconda delle entità del misfatto) e ucciderla nel Tempio.

Dal momento che non tutti possedevano queste bestie, diversi allevatori decisero di venderli a buon prezzo nel Tempio e, dal momento che molti ebrei provenivano da altri territori dell'Impero romano, per lo più adiacenti alla Terra Santa, dove evidentemente non si usavano monete ebraiche, e dal momento che era proibito usare oggetti dei Gentili all'interno del Tempio, anche i cambiavalute trovarono modo di trarre profitto da questo traffico.

Cristo condannava queste attività perché ingannavano spiritualmente, sfioravano la superstizione: non basta uccidere un capro per trovare il perdono (Cfr. Ebrei 10, 4-7). «Io detesto, respingo le vostre feste \ e non gradisco le vostre riunioni; \ anche se voi mi offrite olocausti, \ io non gradisco i vostri doni \ e le vittime grasse come pacificazione \ io non le guardo» (Amos 5, 21-22). Il perdono infatti non è una questione magica, ma spirituale, dove urge la conversione del cuore, la consapevolezza del male che si è fatto, la volontà di espiare, cioè di riparare in maniera adeguata il male commesso, e di cambiare vita. La persona superstiziosa, invece, non cambia il proprio cuore, ma riduce l'economia della salvezza a un meccanismo di riparazione, riducendo la legge di Dio a una legge di natura, non considerandola quindi come manifestazione di una volontà intelligente e relazionale.

In questo stesso brano, Gesù ci ricorda che il primo tempio è la propria persona: «Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo ricostruirò» (Gv 2, 19). Si trattava di un modo enigmatico per alludere alla Resurrezione dei corpi. Il corpo - come ricorderà anche san Paolo (Cfr. 1Corinzi 6, 19) - è tempio dello Spirito Santo, da dove sorgono tutte le condizioni per una vita spirituale perfetta oppure malsana (Cfr. Matteo 15, 11). Il tempio esteriore è certamente importante: Dio stesso ordinò al popolo di Israele di costruire un tempio. Esso, tuttavia, è simbolo della comunione dei "templi spirituali" e conseguenza di questi, così come la comunità è sempre subalterna agli individui, perché se non ci sono individui santi non c'è neanche comunità santa.


domenica 21 febbraio 2021

Digiuno, preghiera, elemosina: perché?


In Quaresima ormai iniziata, è utile meditare sul metodo che la Chiesa indica come via salutare di penitenza, particolarmente adatto in questo periodo forte dell'anno liturgico. Tale metodo è indicato da Gesù stesso nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 6, nel brano proclamato in occasione del Mercoledì delle ceneri, tradizionale inizio del periodo quaresimale secondo il calendario romano, ed esso è triplice: digiuno, preghiera, elemosina.

La scelta di questa "triplice via" non è casuale. Essa risponde a una logica ben precisa, ben nota alla Chiesa nel corso dei secoli, ma oggi andata gravemente smarrita. Il punto di partenza è il seguente: ogni essere umano gode di tre grandi categorie di benefici, ossia i beni del corpo, i beni dello spirito e i beni esteriori. Appartengono alla prima categoria la salute, il cibo, le bevande, la sessualità, l'affettività. I beni dello spirito invece, che sono quelli più nobili, includono beni quali la conoscenza e la grazia. Infine, i beni esteriori includono tutti quei beni che usiamo, ma che non fanno parte nè della dimensione corporea nè della dimensione spirituale del nostro essere, come ad esempio il denaro, la casa, le proprietà in genere. 

Quando pecchiamo, usiamo qualche bene in maniera sbagliata, cioè ingiusta, in maniera incompatibile con il fine per il quale la tal cosa esiste. Ogni peccato porta con sè necessariamente una colpa e uno o più effetti. La colpa va controbilanciata o, come si dice in gergo tecnico teologico, "espiata". Non è possibile pensare che una qualche colpa possa non essere espiata. Il perdono cristiano non prevede il condono della colpa senza condizioni, checché ne dicano certi teologi. Da qui, il bisogno della penitenza, che è il dolore che nasce dalla volontà di espiare una colpa. 

I) Se si pecca contro un bene del corpo, la migliore via di penitenza da adottare sarà il digiuno, ossia la privazione volontaria di alimenti considerati particolarmente allettanti o satollanti, in particolare la carne. 

II) Se si pecca contro un bene spirituale, la migliore via di penitenza sarà la preghiera. Essa è infatti una forma di sacrificio, perché si sottrae parte del proprio tempo per donarlo integralmente a Dio: la preghiera è una consacrazione del tempo

III) Se si pecca contro un bene esterno, la migliore via di penitenza sarà l'elemosina, ossia la privazione volontaria di un bene esterno - solitamente denaro - a completo vantaggio del prossimo. 

mercoledì 10 febbraio 2021

Lourdes e il valore dell'acqua benedetta

L’11 febbraio ricorre la festa di una grande apparizione mariana, quella avvenuta a Lourdes nella grotta di Massabielle nel 1858, all’indomani della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria da parte del beato Pio IX. In tempo di pandemia, il messaggio consegnato dal Cielo a santa Bernadette Soubirous risulta particolarmente attuale e ci ricorda che la malattia del corpo riceve senso e dignità – e talvolta guarigione! – dalla ricerca della salute dell’anima. Per questa ragione, non è possibile comprendere i miracoli che sono avvenuti presso il Santuario francese in 163 anni di devozione senza considerare il grande messaggio ricevuto da Maria: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!» (come recita il messaggio ricevuto il 24 febbraio 1858).


Ma c’è un altro grande elemento che ricorre nella storia delle apparizioni di Lourdes e che, in qualche maniera, ci interpella profondamente oggi: l’acqua. Il 25 febbraio 1858, giorno della nona apparizione, la Vergine chiese all’umile pastorella di Lourdes di mangiare alcune erbe amare che crescevano spontaneamente nella grotta e di scavare nel fango alla ricerca di una misteriosa sorgente. Quando i presenti fecero notare a Bernadette che un simile atteggiamento rischiava di farla apparire agli occhi di tutti come una pazza, la santa rispose prontamente: «È per i peccatori». Chiunque ha visitato Lourdes difficilmente può dimenticare le folle dei malati, desiderosi unicamente di immergersi nelle vasche del Santuario o anche solo di assaggiare l’acqua che sgorga dalle numerose fontanelle nei pressi della grotta. E certamente impressiona sapere che, dopo più di un secolo, queste stesse vasche sono state chiuse.

A causa della pandemia da covid-19, anche le acquasantiere presenti nelle chiese di tutto il mondo sono state svuotate e interdette. Il gesto di segnarsi con l’acqua benedetta all’entrata nelle chiese è stato praticamente sostituito, nella sua ritualità, dal gesto di cospargere le mani con il gel disinfettante. L’acqua e i liquidi in generale sono infatti considerati uno dei principali veicoli della diffusione del nuovo coronavirus, ma in qualità di cattolici non dobbiamo dimenticare il grande valore che i sacramentali assumono per la nostra vita di fede. Secondo la teologia cattolica, i sacramentali differiscono dai sette Sacramenti perché questi ultimi agiscono ex opere operato, cioè per propria intrinseca virtù e indipendentemente dalle intenzioni e dalla fede di chi lo riceve, mentre i primi agiscono ex opere operantis, cioè dipendono nella loro efficacia dalla fede e dalla santità di chi opera o riceve.

Sinonimo di vita e purezza, in passato l’acqua veniva considerata anche come un alimento medicamentoso, tanto da diventare presso molte tradizioni religiose il simbolo per eccellenza della salvezza. Per il cristiano, l’acqua rimanda subito al sacramento del Battesimo, che ci monda dal peccato originale e dalle colpe personali, ma è presente anche nell’altro sacramento maggiore, ossia nell’Eucarestia, dove viene unita al vino per rappresentare l’umanità “senza sapore” da riscattare, che acquista la “ebbrezza” della divinità. Vale allora la pena riscoprire l’importanza di questi piccoli doni, questi piccoli segni che ci invitano al perfezionamento spirituale e a una maggiore consapevolezza della propria identità di cattolici, ora più che mai.

domenica 31 gennaio 2021

Gesù riunisce in se stesso autorità e potestà

 



La parola chiave di questo brano del vangelo di Marco, proclamato nella IV domenica del tempo ordinario, sembra essere 'autorità'. Possiamo notare una doppia dimensione di questa 'autorità' di Cristo: primo, nelle parole e nella dottrina, in quanto maestro, perché «insegnava loro come uno che ha autorità» (Mc 1,22); secondo, anche nelle opere, che seguono la dottrina, perché è dopo aver liberato un uomo da uno spirito impuro che i presenti nella sinagoga ribadiscono ancora: «Un insegnamento nuovo: comanda persino agli spiriti impuri con autorità e gli obbediscono!» (Mc 1, 27).

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mercoledì 27 gennaio 2021

Tommaso d'Aquino: il santo che incarna lo 'spirito medievale'

 

Quando pensiamo al Medioevo, solitamente ci vengono in mente scenari cupi, terrore religioso, guerre, peste, invasioni, precarietà e analfabetismo. Oggi gli storici sono unanimi nell’affermare che questi stereotipi sono contrari a quella che fu la realtà storica di un periodo complesso che ha attraversato circa mille anni, dalla caduta dell’Impero romano occidentale alla scoperta dell’America. 


sabato 23 gennaio 2021

È Dio la fonte stessa delle vocazioni

 


È possibile sintetizzare il ministero terreno del Signore Gesù con le parole della sua stessa predica, brevissima, che la Chiesa proclama in questa terza domenica del tempo ordinario: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15). Quattro punti fondamentali che riassumono il messaggio evangelico: compimento, salvezza, conversione e fede.

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domenica 17 gennaio 2021

«Il Vangelo è stato scritto per annunziare la redenzione»

 


Il vangelo di questa II Domenica del tempo ordinario si pone in continuità con quanto abbiamo ascoltato nel giorno dell’Epifania e del Battesimo. La manifestazione del Signore – rivelata alle genti (Magi) a Israele (Giovanni Battista) – trova compimento nella fondazione della Chiesa e nella vocazione alla sequela di Cristo. 

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domenica 10 gennaio 2021

Giovanni battezza Cristo, immagine del Battesimo cristiano

Oggi, domenica 10 Gennaio 2021, la Chiesa celebra la seconda epifania di Cristo, verificatasi al momento del suo battesimo nel fiume Giordano, per mano di san Giovanni Battista. Il credente attento si sarà posto qualche domanda. Prima tra tutte: perché Cristo, che è nato esente dal peccato originale, si fece battezzare? E se non fu battesimo di redenzione, qual era allora il significato del battesimo amministrato da san Giovanni Battista? Fu necessario per il Signore ricevere il Battesimo da san Giovanni?

Secondo san Tommaso d'Aquino, massimo teologo cattolico, fu conveniente che Cristo ricevesse il battesimo di Giovanni. La convenienza è, per così dire, una necessità di tipo pedagogico. Un evento conveniente è un evento che non è necessario in se stesso. E tuttavia, dal momento che gli esseri umani - destinatari del messaggio evangelico - conoscono le cose a partire dai segni sensibili, Dio ordina determinati eventi nel modo più idoneo al fine di trasmettere certi messaggi. In altre parole: era conveniente per Cristo battezzarsi, perchè altrimenti gli uomini non avrebbero capito quello che Cristo volle insegnare attraverso di esso.

Il battesimo di san Giovanni non è identico al battesimo dei cristiani, quello che noi tutti abbiamo ricevuto da piccini. Quello fu infatti un mero simbolo di penitenza e di conversione, di preparazione al battesimo vero, quello che scaturisce dai meriti della Croce: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Matteo 3, 2). San Giovanni battista fu inviato a battezzare per ispirazione divina, ma l'effetto del suo battesimo era semplicemente umano. Il battesimo di san Giovanni non conferiva la grazia, ma preparava pedagogicamente ad essa. Il popolo ebraico, primo destinatario del messaggio cristiano, si era smarrito, aveva dimenticato il vero senso della Legge di Mosè. Il Battista rappresentava per gli ebrei l'estremo rimedio di misericordia da parte di Dio, l'estremo richiamo: per questa ragione è anche definito come colui che, di fatto, è l'ultimo profeta dell'Antico Testamento. Dalla penitenza e dalla conversione, la fede nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe sarebbe risorta nel cuore del popolo ebraico. E tuttavia, come in un seme, il battesimo di san Giovanni è destinato anche ai non ebrei. Per questa ragione, san Giovanni riprende le autorità sacerdotali ebraiche e dice loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? - cioè: chi vi ha fatto credere che Dio è parziale nei suoi giudizi?Fate dunque frutti degni di conversione, - cioè: alla vostra fede fate seguire le opere - e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. - cioé: il messaggio di Cristo è destinato a tutti gli uomini e i figli di Abramo, cioè i cristiani, scaturiranno dalla pietra che è Cristo - Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco - cioé: se il popolo ebraico non si convertirà a Cristo, non potrà essere salvato» (Matteo 3, 7b-10).

Cristo fu battezzato, secondo la tradizione, all'età di trenta anni, che nella mentalità antica è l'età nella quale il maschio raggiunge la maturità piena e dalla quale inizia ad esercitare autorità. Ma san Tommaso nota anche un simbolismo numerico: trenta infatti è tre (Trinità) per dieci (comandamenti). Quindi, con il Battesimo, Cristo rivela allo stesso tempo la sua natura divina e la necessità di sottostare alla Legge. Ed ecco l'epifania: «E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Marco 1, 10-11). I cieli si squarciarono, per profetizzare gli effetti del Battesimo vero. E lo Spirito Santo discese sensibilmente, così come si udì sensibilmente la voce del Padre, per mostrare a tutti sia che Cristo è tutt'uno con il Padre e lo Spirito Santo, ma anche per dimostrare che il battesimo vero comporterà l'inabitazione della Trinità nello spirito dell'uomo.

martedì 5 gennaio 2021

Epifania: Cristo si manifesta alle Genti

La parola greca epifania significa 'manifestazione [della divinità]'. Nei vangeli, ci sono diverse forme epifaniche. Oltre alla visitazione dei Magi, ci sono epifanie ben più evidenti, quali la discesa della colomba su Gesù battezzato nel Giordano e il miracolo alle nozze di Cana. Eppure, la parola epifania è passata a indicare, quasi paradossalmente, la manifestazione meno evidente di tutte, quella che avviene agli occhi dei Magi a Betlemme. E' un aspetto molto interessante, che già sembra volerci insegnare qualcosa: Dio non si manifesta con prodigi eclatanti, ma con segni chiari e diretti a chi ha occhi per vedere e "orecchi per intendere" (Cfr. Marco 4, 9). 

L'episodio dei Magi è narrato solo dal vangelo di Matteo. Forse non casualmente, dal momento che Matteo ha destinato il proprio vangelo al popolo ebraico, il quale si era fossilizzato in un nazionalismo sterile, che faceva coincidere l'appartenenza a determinate tribù con la vocazione alla salvezza. Di conseguenza, anche l'atteso Messia, il figlio di Davide, doveva riguardare il solo popolo di Israele. L'epifania ai Magi stravolge questa prospettiva erronea, smentita tra l'altro a più riprese dalla stessa Scrittura veterotestamentaria.

I Magi infatti, contrariamente a quanto vuole una certa tradizione apocrifa, non furono re (e forse - ma non abbiamo prove sufficienti - non furono neanche tre), bensì sacerdoti, appartenenti a una grande religione monoteista ormai scomparsa, il mazdeismo, che all'epoca di Gesù era la seconda grande religione monoteista dopo il giudaismo (in realtà ve ne erano anche altre, ma il discorso sarebbe complesso e questa non è la sede adatta per parlarne). La religione mazdeista - più nota oggi con il nome di zoroastrismo - era diffusa in Persia (grossomodo attuale Iran) e professava la fede in un solo Dio, Ahura-Mazda, creatore del cielo e della terra. Il suo profeta e riformatore principale fu Zoroastro. Vi sono enormi affinità con le teologie ebraica e cristiana, che hanno spinto i maligni (influenzati dal metodo storicistico e moderno di concepire i fenomeni storici) a credere spesso che in realtà i nuovi monoteismi altro non sarebbero che una derivazione ed adattamento degli antichi. L'elemento più interessante della religione mazdeista era l'attesa di un Salvatore dell'umanità, il Saoshyant

La visita dei Magi conferma - agli ebrei dapprima, ma anche a noi che ci professiamo cattolici - che Cristo realizza le attese dell'uomo in quanto essere umano, non in quanto appartenente a determinate categorie, ma in quanto animale razionale e, per conseguenza, spirituale. La promessa del Messia è infatti antichissima: secondo quanto leggiamo in Genesi, già dopo il peccato originale, Dio promise il Messia ai protogenitori Adamo ed Eva. Non dobbiamo stupirci allora se ritroviamo nelle religioni antiche retaggi di queste promesse universali. Esse rispecchiano un bisogno antropologico profondo. Questo non significa, ovviamente, che tutte le religioni salvano: al contrario, in Cristo c'è l'unica vera fede.

Immaginiamoci questi sacerdoti-astronomi che per anni avevano letto e studiato sulle proprie Scritture, le Avesta, che un giorno Ahura-Mazda avrebbe inviato il Salvatore, colui che, guidando le truppe del Bene, avrebbe portato alla redenzione del cosmo e alla sconfitta di Angra Mainyu, lo spirito del male. Essi avevano letto anche che la venuta del Salvatore sarebbe stata segnata da un prodigio celeste, una stella, come leggiamo nel vangelo. 

"Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono" (Matteo 2, 9b-11).

Dobbiamo pensare, probabilmente, che i Magi leggevano il planisfero celeste come uno specchio del planisfero terrestre: ad ogni regione celeste corrispondeva così una regione terrestre. Immaginiamoci questi sacerdoti che, per mesi, si accampavano di regione in regione, osservando la stella mobile che "li precedeva", ossia indicava lentamente, di volta in volta, il territorio in cui dovevano spostarsi per avvicinarsi alla meta, il luogo di nascita del bambino. Arrivati in Israele, i Magi si diressero, quasi in qualità di ambasciatori, da Erode. «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 2). Probabilmente, i Magi si attendevano una maggiore consapevolezza da parte di coloro che erano stati designati come eredi di una così grande promessa. Erode non ne sapeva niente, anzi manifestò timore e preoccupazione: ignorava la sua stessa fede. I Magi allora continuarono a seguire la stella. Arrivati a Betlemme, essa "si fermò": probabilmente la rotta del corpo celeste si era deviata tanto da divenire gradualmente invisibile.

Ed ecco i doni dei Magi: oro, incenso, mirra. Un'epifania particolare: non è Dio che rivela se stesso ai pagani, ma i pagani che riconoscono - manifestano - la natura divina di quel bambino agli ebrei, presenti nella figura di Maria, Giuseppe e dei pastori. L'incenso infatti rappresenta la natura divina, in quanto materiale odoroso che si bruciava durante le liturgie (usanza non a caso in vigore ancora oggi). L'oro rappresenta la regalità: Cristo, poiché Dio, è anche re dei Giudei e di tutti gli uomini. La mirra, infine, rappresenta la natura umana. Si trattava, infatti, di un derivato vegetale, una resina, che veniva spalmata sui corpi dei defunti presso molti popoli mediorientali, inclusi gli ebrei. Che dono inusuale, regalare qualcosa per i defunti in occasione della nascita. I Magi proclamarono la fede nel Cristo e nella sua missione redentrice che troverà compimento sulla croce e nella resurrezione.


E' usanza (quasi perduta) nella Chiesa quella di affidare all'intercessione dei Santi Magi il nuovo anno. Si è soliti infatti incidere con un gesso benedetto, sugli stipiti delle porte, il numero corrispondente all'anno nuovo, intermezzato con croci e le iniziali dei nomi tradizionali dei tre santi (Caspar, Melchior, Balthasar), in questo modo:
 

20 + C + M + B + 21


Le lettere C.M.B., più verosimilmente, significano la frase latina Christus Mansionem Benedicat ("Cristo benedica [questa] casa"). Questo rituale ricalca il famoso episodio dell'Esodo, quando i sacerdoti del popolo ebraico, in attesa di essere liberati dall'Egitto, posero il sangue degli agnelli sacrificati sugli stipiti e sugli architravi delle porte, per non essere sterminati nella notte del castigo dall'angelo di Dio. Così anche noi, ponendo e invocando il nome dell'agnello di Dio, Gesù Cristo, colui che ci ha liberati dall'Egitto vero, cioè dalla tirannia del peccato, riceveremo quest'anno per le nostre case e le nostre famiglie la grazia, ciò che ci salva dalla notte del castigo e dall'angelo della morte, cioè dall'inferno e da tutte le terribili conseguenze che una vita malvagia reca inesorabilmente con se stessa.