sabato 26 giugno 2021
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sabato 5 giugno 2021
Eucarestia farmaco di immortalità: cosa significa veramente?

Gaetano Masciullo
sabato 29 maggio 2021
Come pensare la Trinità?


La Trinità è sicuramente il mistero più alto della teologia cattolica. La parola ‘mistero’ viene dal greco myo, che significa ‘socchiudere’: quando cerchiamo di osservare qualcosa che è in direzione del sole, socchiudiamo gli occhi, perché la luce dell’astro è talmente forte da abbagliarci e impedirci la vista. Sono infatti due le cause di cecità in un occhio sano: l’assenza di luce o l’eccesso di luce. La stessa cosa avviene per l’anima: l’occhio non vede per assenza di luce, ossia perché il peccato ostruisce, funge da ostacolo alla conoscenza divina; ma può darsi anche che non veda per eccesso di luce, perché l’intelletto umano è per natura impossibilitato a comprendere Dio nella sua interezza, che è qualcosa di infinitamente superiore. Ora la Trinità è la stessa essenza di Dio, dunque è impossibile da parte nostra comprenderla con perizia. Eppure, lo stesso Dio viene incontro al nostro limite e si è fatto conoscere attraverso le sue stesse parole, particolarmente in Cristo Signore, il quale ha detto: «Andate, dunque, e istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato» (Matteo 28, 19-20a).

Nel corso dei secoli, tanti esempi sono stati fatti per cercare di comprendere e trasmettere il concetto di “Dio uno e trino”. Il dogma cattolico insegna che Dio è unico – non ve ne sono altri - e uno – cioè non è divisibile in parti. Prima di dire che cosa è Dio, allora, bisogna capire che cosa non è Dio, così da liberarci dai modi sbagliati di concepire il Dio trino. Anzitutto, la Trinità non significa che ci sono tre individui divini, altrimenti cadremmo nel politeismo e questo è incompatibile con la nostra Fede: credo in unum Deum. Poi, la Trinità non indica tre modi di essere dello stesso Dio (così che lo stesso individuo quando crea si chiama Padre, quando salva si chiama Figlio e quando santifica si chiama Spirito): cadremmo nel modalismo, che è eresia condannata dalla Chiesa.
Ma allora che cosa è la Trinità? La Chiesa insegna che Dio è tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Una persona è qualcuno che esiste senza il bisogno di altro (sussistente) e che ha natura razionale: ecco perché gli animali, tecnicamente, non sono definibili come persone, al contrario degli uomini, degli angeli e di Dio. La teologia però definisce le tre persone divine anche come relazioni sussistenti. L’espressione, apparentemente difficile, non deve spaventare. I singoli uomini sono persone e, in effetti, ognuno di essi è sussistente, il che significa che per esistere non ha bisogno di qualcos’altro. Nel caso dell’uomo, però, le sue relazioni non sono sussistenti: ogni volta che ci relazioniamo con qualcosa di esterno (amiamo, odiamo, camminiamo, mangiamo, etc.) non possiamo dire che le nostre relazioni possono esistere senza di noi. Noi siamo corpi e tutte le nostre relazioni dipendono da noi.
Per Dio invece non è così: non c’è distinzione tra quello che Dio è e quello che Dio fa, altrimenti non sarebbe più un ente semplice. Allora possiamo dire che, a differenza nostra, Dio è le sue stesse relazioni. Io e il mio amico siamo due persone e due individui, mentre il Padre e il Figlio in Dio sono un individuo e due persone, perché le relazioni divine non dipendono da altro. Ma abbiamo anche detto che una persona è tale anche perché ha natura razionale. Allora queste tre relazioni non solo sono persone perché insieme formano l’unica sostanza divina, ma anche perché formano una sostanza intelligente.
Forse il modo migliore per capire la Trinità è quello di guardarci dentro. Infatti, come diceva sant’Agostino, la creazione è immagine di Dio e in essa possiamo trovare segni che ci aiutano a comprenderlo meglio. Come noi assomigliamo ai nostri genitori perché essi ci hanno procreato, così tutte le cose che sono nell’universo assomigliano in qualche misura alla Trinità, perché Dio ha creato tutte le cose. Ora noi vediamo che in noi ci sono tre facoltà principali: memoria, intelligenza e volontà. La nostra coscienza è dovuta alle relazioni che ci sono tra queste facoltà: ricordo di conoscere e ricordo di volere; so di ricordare e so di volere; voglio ricordare e voglio sapere. In questa triplice relazione c’è una sola coscienza e nessuna di queste relazioni viene prima dell’altra: così in Dio, nessuna relazione viene prima dell’altra e ogni relazione è fuori dal tempo, è eterna, e le tre relazioni formano un solo Dio.
In Dio, le tre relazioni si chiamano paternità, filiazione e spirazione. C’è poi anche una quarta relazione, che si chiama processione, e che attraversa, unisce le prime tre. Il Padre è la relazione divina da cui ha origine se stesso e il mondo e per questa ragione Dio è onnipotente e tale potenza è condivisa anche dal Figlio e dallo Spirito Santo (“ricordo di sapere e ricordo di volere”). Il Figlio è la relazione divina che riceve l’origine, quasi ad aprirsi sul mondo e all’Incarnazione, e per questa ragione Dio è onnisciente e tale onniscienza procede dal Padre ed è condivisa dallo Spirito Santo (“so di ricordare e so di volere”). Lo Spirito Santo è la relazione divina che procede dal Padre e dal Figlio e per questa ragione Dio è volontà del bene, che noi chiamiamo Amore o Carità (“voglio ricordare e voglio sapere”).
Gaetano Masciullo
sabato 22 maggio 2021
Solennità di Pentecoste 2021
domenica 16 maggio 2021
Domenica di Ascensione 2021
Oggi, domenica 16 maggio 2021, la Chiesa festeggia in esterno la solennità dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo. La Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste rappresentano tre momenti culmine della storia della salvezza e, a ragione, questi tre eventi possono essere accostati alle tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. La Resurrezione del Cristo, infatti, dopo tre giorni nel sepolcro, ha manifestato in maniera soprannaturale che davvero la Croce non è stata un incidente di percorso, ma un atto voluto e preordinato da Dio, al fine di offrire al Padre un sacrifico così grande da riscattare tutti coloro che decideranno di accogliere deliberatamente il Signore dal peccato originale e personale.
Ecco perché, nel vangelo odierno, il resoconto dell'Ascensione è anticipato da un rimprovero amaro da parte di Gesù nei riguardi degli apostoli: «[Egli] rinfacciò a essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano prestato fede a quelli che lo avevano visto resuscitato». La fede dunque è condizione necessaria per avere speranza. Ma è anche vero che le virtù teologali non si raggiungono con le proprie umane forze, ma le si ricevono solo per volontà divina. E' necessario pertanto il ministero apostolico: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi non crederà, sarà condannato». Un monito duro, che deve farci riflettere e farci crescere. Attraverso il Battesimo riceviamo la grazia della fede. Certamente, tale fede deve essere apparecchiata dalla predicazione e da segni, anche straordinari, da parte dei ministri di Dio. La predicazione infatti apre alla ragionevolezza della nostra fede, instilla gli anticorpi contro gli errori e le false dottrine del mondo, costringe la volontà a desiderare il perfezionamento morale. Se il Signore non è più costantemente vicino a noi con la presenza corporea, lo è certamente con la presenza della divinità. Eppure, anche fisicamente il Signore ha desiderato essere vicino a noi, nell'Eucarestia, se pensiamo che ogni ostia consacrata è Cristo vivo e vero. L'Eucarestia compendia in maniera mirabile fede e speranza. Infatti, per sola fede sappiamo che quell'ostia è trasformata sostanzialmente nel corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo: «Sulla croce era nascosta la sola umanità, mentre qui [nell'Eucarestia] si nasconde anche l'umanità», così canta l'inno Adoro te devote. Eppure, da un così grande mistero aspettiamo il bene spirituale: ecco la dimensione eucaristica legata alla speranza. Il Signore ascende al cielo, verso l'alto, perché verso l'alto dobbiamo orientare i nostri desideri ultimi, cioè verso il vero Bene, che non muore mai.
Gaetano Masciullo
sabato 8 maggio 2021
Quinta Domenica dopo la Pasqua (Liturgia secondo il Vetus Ordo): Gesù promette ancora l'Ascensione e la Pentecoste

Tante volte abbiamo ascoltato la promessa di Gesù: «Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, egli ve lo concederà» (Gv 16. 23), ma forse di rado abbiamo riflettuto sul fatto che la "cosa" che Egli vuole che noi chiediamo, prima di qualunque altra cosa, è che lo Spirito Santo venga ad abitare nei nostri cuori, il che concretamente significa vivere in grazia e orientare la nostra volontà a quella divina, per essere davvero felici sin da questa vita. Ricevere lo Spirito Santo significa lasciar fruttificare le virtù teologali (fede, speranza, carità), ricevute come in germe da Dio nel Battesimo, e significa anche lasciar fruttificare i suoi sette santi doni, cioè quelle sette virtù soprannaturali - sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, timor di Dio, scienza e pietà - che il Signore ci concede in sostegno delle sette virtù.
Il ministero terreno di Gesù Cristo ha visto il proprio apice nel celebre discorso della montagna (cfr. Mt cc. 5-7), il quale parte proprio dalla massima preoccupazione spirituale di Gesù per noi, ossia la nostra santificazione, espressa dalle otto beatitutidini, le quali - com'è unanime il giudizio dei Padri e dei Dottori - rappresentano gli effetti dei sette doni dello Spirito Santo. Anche la preghiera del Pater noster insegnataci da Gesù stesso (cfr. Mt 6, 9-13) è anzitutto un elenco di sette richieste al Padre, con le quali richiediamo appunto i sette doni dello Spirito Santo. Sotto quest'ottica, è più facile dunque comprendere l'intenzione ultima di Nostro Signore.
«Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia completa» (Gv 16, 23-30). Non abbiamo chiesto nulla, cioè nulla che valga davvero la pena di essere chiesta: lo Spirito Santo e i suoi sette doni. Tutto il resto, anche i bisogni materiali, vengono di conseguenza, perché Dio è Provvidenza. Ma l'inabitazione dello Spirito Santo è necessaria per la santità, "gioia completa". La santificazione è un processo e, come tale, richiede tempo. Il Signore aveva parlato fino a quel momento ai suoi apostoli in parabole, il cui fine - al contrario di quanto si sente spesso dire - non era certo quello di far comprendere a tutti e in modo semplice nozioni più o meno difficili, ma al contrario, era quello di rendere in un certo senso ermetica la dottrina, non facilmente accessibile, proprio perché c'è bisogno di un cammino per arrivare a conoscere come Dio conosce: «Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere» (Is 6, 9-10). C'è bisogno dell'inabitazione dello Spirito Santo per comprendere pienamente: «In quel giorno» allora, cioè nel "giorno della santità", non ci sarà più bisogno di chiedere, perché quel giorno - come commentano i santi Giovanni Crisostomo e Tommaso d'Aquino - è il giorno di Pentecoste.
Quando si vive nella grazia, non si ha più bisogno di mediatori umani, ma è Dio stesso ad ascoltarci. Per queste ragioni, Cristo dice: «In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che io pregherò il Padre per voi», cioé Gesù Cristo non pregherà il Padre in quanto vero uomo e mediatore per gli uomini, ma gli apostoli - Chiesa nascente - ameranno Dio come Padre, non solo come Signore, e questa familiarità otterrà tutto in sovrabbondanza. San Tommaso d'Aquino, commentando questo brano di san Giovanni evangelista, commenta il concetto di familiarità. Si ha familiarità verso qualcuno quando spontaneamente si è propensi a chiedergli qualcosa. La familiarità è reciproca: il Padre si fida degli apostoli (Gv 16, 27: «il Padre infatti vi ama perché avete creduto in me»), così come il Padre si fida del Figlio (Gv 16, 28a: «Uscii dal Padre e venni nel mondo») e il Figlio si fida del Padre (Gv 16, 28b: «ora lascio il mondo e torno al Padre»).
La somma manifestazione di affetto degli apostoli verso Cristo è la confessione di fede. E tale confessione procede da tre aspetti. Il primo aspetto è la chiarezza della dottrina: «Ecco che ora parli apertamente e senza parabole» (Gv 16, 29). Infatti, una dottrina è accolta anzitutto se è comprensibile dall'intelletto naturale dell'uomo e la fede cattolica è assolutamente ragionevole. Il secondo aspetto è la certezza della dottrina ricevuta: «Adesso conosciamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi» (Gv 16, 30a). Se si ritiene una tale dottrina di origine divina, non possiamo dubitare della verità di essa, perché Dio sa tutto e non può mentire. In questo versetto, notiamo una apparente contraddizione: infatti, chi sa è colui che non ha bisogno di interrogare, non colui che non ha bisogno di essere interrogato. Eppure qui gli apostoli dicono: "non hai bisogno che alcuno ti interroghi". Si tratta in realtà di una confessione della natura assolutamente beata del Figlio, in quanto Dio: la necessità della preghiera è infatti dalla parte nostra, non dalla parte di Cristo. Infine, il terzo e ultimo aspetto è quello della consapevolezza dell'origine divina della dottrina, cioè della necessità che Dio riveli quella parte di verità che l'intelletto da solo non può raggiungere: «crediamo che tu sei uscito da Dio» (Gv 16, 30b).
sabato 1 maggio 2021
Quarta Domenica dopo Pasqua (Liturgia secondo il Vetus Ordo): Il Signore promette l'Ascensione e la Pentecoste
Il vangelo proclamato dalla Chiesa nella IV Domenica dopo Pasqua, secondo il calendario seguìto nella celebrazione in forma straordinaria del rito romano, è in diretta continuazione con quanto proclamato domenica scorsa, ossia la promessa dell’Ascensione. Riviviamo con gli apostoli i quaranta giorni che separano la Resurrezione del Signore dalla sua salita al Padre. I vangeli non ci parlano, se non sommariamente, di ciò che avvenne in quei giorni, ma la cosa non deve sorprenderci. Sappiamo dalla Tradizione cattolica (che è depositum fidei tanto quanto la Scrittura) che è in questo tempo che il Signore ha indicato agli apostoli, futuri primi vescovi della Chiesa universale, le “linee guida” – per così dire – della celebrazione liturgica.
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domenica 25 aprile 2021
Gesù Buon Pastore, una riflessione che trae spunto da un commento di San Tommaso d'Aquino
sabato 17 aprile 2021
Le apparizioni del Risorto tra stupore, gioia e turbamento
venerdì 16 aprile 2021
Giuseppe Labre, un santo da riscoprire
Il 16 aprile la Chiesa festeggia la memoria di un santo poco noto ai più, ma la cui figura risulta molto interessante per le donne e gli uomini di oggi. Egli si chiamava Benedetto Giuseppe Labre e visse la sua esistenza vagabondando in tutta Europa, nella seconda metà del XVIII secolo (nacque nel 1748 e morì nel 1783), in un periodo dunque assai turbolento per il mondo intero e in particolare per la Chiesa Cattolica, che vedeva attacchi ideologici – e non solo – da ogni parte.
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domenica 11 aprile 2021
La Domenica della Divina Misericordia
sabato 6 marzo 2021
Gesù scaccia la superstizione dal Tempio


Dal momento che non tutti possedevano queste bestie, diversi allevatori decisero di venderli a buon prezzo nel Tempio e, dal momento che molti ebrei provenivano da altri territori dell'Impero romano, per lo più adiacenti alla Terra Santa, dove evidentemente non si usavano monete ebraiche, e dal momento che era proibito usare oggetti dei Gentili all'interno del Tempio, anche i cambiavalute trovarono modo di trarre profitto da questo traffico.

In questo stesso brano, Gesù ci ricorda che il primo tempio è la propria persona: «Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo ricostruirò» (Gv 2, 19). Si trattava di un modo enigmatico per alludere alla Resurrezione dei corpi. Il corpo - come ricorderà anche san Paolo (Cfr. 1Corinzi 6, 19) - è tempio dello Spirito Santo, da dove sorgono tutte le condizioni per una vita spirituale perfetta oppure malsana (Cfr. Matteo 15, 11). Il tempio esteriore è certamente importante: Dio stesso ordinò al popolo di Israele di costruire un tempio. Esso, tuttavia, è simbolo della comunione dei "templi spirituali" e conseguenza di questi, così come la comunità è sempre subalterna agli individui, perché se non ci sono individui santi non c'è neanche comunità santa.
domenica 21 febbraio 2021
Digiuno, preghiera, elemosina: perché?
I) Se si pecca contro un bene del corpo, la migliore via di penitenza da adottare sarà il digiuno, ossia la privazione volontaria di alimenti considerati particolarmente allettanti o satollanti, in particolare la carne.
II) Se si pecca contro un bene spirituale, la migliore via di penitenza sarà la preghiera. Essa è infatti una forma di sacrificio, perché si sottrae parte del proprio tempo per donarlo integralmente a Dio: la preghiera è una consacrazione del tempo.
III) Se si pecca contro un bene esterno, la migliore via di penitenza sarà l'elemosina, ossia la privazione volontaria di un bene esterno - solitamente denaro - a completo vantaggio del prossimo.
mercoledì 10 febbraio 2021
Lourdes e il valore dell'acqua benedetta
L’11 febbraio ricorre la festa di una grande apparizione mariana, quella avvenuta a Lourdes nella grotta di Massabielle nel 1858, all’indomani della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria da parte del beato Pio IX. In tempo di pandemia, il messaggio consegnato dal Cielo a santa Bernadette Soubirous risulta particolarmente attuale e ci ricorda che la malattia del corpo riceve senso e dignità – e talvolta guarigione! – dalla ricerca della salute dell’anima. Per questa ragione, non è possibile comprendere i miracoli che sono avvenuti presso il Santuario francese in 163 anni di devozione senza considerare il grande messaggio ricevuto da Maria: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!» (come recita il messaggio ricevuto il 24 febbraio 1858).
Ma c’è un altro grande elemento che ricorre nella storia delle apparizioni di Lourdes e che, in qualche maniera, ci interpella profondamente oggi: l’acqua. Il 25 febbraio 1858, giorno della nona apparizione, la Vergine chiese all’umile pastorella di Lourdes di mangiare alcune erbe amare che crescevano spontaneamente nella grotta e di scavare nel fango alla ricerca di una misteriosa sorgente. Quando i presenti fecero notare a Bernadette che un simile atteggiamento rischiava di farla apparire agli occhi di tutti come una pazza, la santa rispose prontamente: «È per i peccatori». Chiunque ha visitato Lourdes difficilmente può dimenticare le folle dei malati, desiderosi unicamente di immergersi nelle vasche del Santuario o anche solo di assaggiare l’acqua che sgorga dalle numerose fontanelle nei pressi della grotta. E certamente impressiona sapere che, dopo più di un secolo, queste stesse vasche sono state chiuse.
domenica 31 gennaio 2021
Gesù riunisce in se stesso autorità e potestà
mercoledì 27 gennaio 2021
Tommaso d'Aquino: il santo che incarna lo 'spirito medievale'
sabato 23 gennaio 2021
È Dio la fonte stessa delle vocazioni
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domenica 17 gennaio 2021
«Il Vangelo è stato scritto per annunziare la redenzione»
Il vangelo di questa II Domenica del tempo ordinario si pone in continuità con quanto abbiamo ascoltato nel giorno dell’Epifania e del Battesimo. La manifestazione del Signore – rivelata alle genti (Magi) a Israele (Giovanni Battista) – trova compimento nella fondazione della Chiesa e nella vocazione alla sequela di Cristo.
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domenica 10 gennaio 2021
Giovanni battezza Cristo, immagine del Battesimo cristiano
martedì 5 gennaio 2021
Epifania: Cristo si manifesta alle Genti
L'episodio dei Magi è narrato solo dal vangelo di Matteo. Forse non casualmente, dal momento che Matteo ha destinato il proprio vangelo al popolo ebraico, il quale si era fossilizzato in un nazionalismo sterile, che faceva coincidere l'appartenenza a determinate tribù con la vocazione alla salvezza. Di conseguenza, anche l'atteso Messia, il figlio di Davide, doveva riguardare il solo popolo di Israele. L'epifania ai Magi stravolge questa prospettiva erronea, smentita tra l'altro a più riprese dalla stessa Scrittura veterotestamentaria.
I Magi infatti, contrariamente a quanto vuole una certa tradizione apocrifa, non furono re (e forse - ma non abbiamo prove sufficienti - non furono neanche tre), bensì sacerdoti, appartenenti a una grande religione monoteista ormai scomparsa, il mazdeismo, che all'epoca di Gesù era la seconda grande religione monoteista dopo il giudaismo (in realtà ve ne erano anche altre, ma il discorso sarebbe complesso e questa non è la sede adatta per parlarne). La religione mazdeista - più nota oggi con il nome di zoroastrismo - era diffusa in Persia (grossomodo attuale Iran) e professava la fede in un solo Dio, Ahura-Mazda, creatore del cielo e della terra. Il suo profeta e riformatore principale fu Zoroastro. Vi sono enormi affinità con le teologie ebraica e cristiana, che hanno spinto i maligni (influenzati dal metodo storicistico e moderno di concepire i fenomeni storici) a credere spesso che in realtà i nuovi monoteismi altro non sarebbero che una derivazione ed adattamento degli antichi. L'elemento più interessante della religione mazdeista era l'attesa di un Salvatore dell'umanità, il Saoshyant. La visita dei Magi conferma - agli ebrei dapprima, ma anche a noi che ci professiamo cattolici - che Cristo realizza le attese dell'uomo in quanto essere umano, non in quanto appartenente a determinate categorie, ma in quanto animale razionale e, per conseguenza, spirituale. La promessa del Messia è infatti antichissima: secondo quanto leggiamo in Genesi, già dopo il peccato originale, Dio promise il Messia ai protogenitori Adamo ed Eva. Non dobbiamo stupirci allora se ritroviamo nelle religioni antiche retaggi di queste promesse universali. Esse rispecchiano un bisogno antropologico profondo. Questo non significa, ovviamente, che tutte le religioni salvano: al contrario, in Cristo c'è l'unica vera fede.Immaginiamoci questi sacerdoti-astronomi che per anni avevano letto e studiato sulle proprie Scritture, le Avesta, che un giorno Ahura-Mazda avrebbe inviato il Salvatore, colui che, guidando le truppe del Bene, avrebbe portato alla redenzione del cosmo e alla sconfitta di Angra Mainyu, lo spirito del male. Essi avevano letto anche che la venuta del Salvatore sarebbe stata segnata da un prodigio celeste, una stella, come leggiamo nel vangelo.
"Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono" (Matteo 2, 9b-11).
Dobbiamo pensare, probabilmente, che i Magi leggevano il planisfero celeste come uno specchio del planisfero terrestre: ad ogni regione celeste corrispondeva così una regione terrestre. Immaginiamoci questi sacerdoti che, per mesi, si accampavano di regione in regione, osservando la stella mobile che "li precedeva", ossia indicava lentamente, di volta in volta, il territorio in cui dovevano spostarsi per avvicinarsi alla meta, il luogo di nascita del bambino. Arrivati in Israele, i Magi si diressero, quasi in qualità di ambasciatori, da Erode. «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 2). Probabilmente, i Magi si attendevano una maggiore consapevolezza da parte di coloro che erano stati designati come eredi di una così grande promessa. Erode non ne sapeva niente, anzi manifestò timore e preoccupazione: ignorava la sua stessa fede. I Magi allora continuarono a seguire la stella. Arrivati a Betlemme, essa "si fermò": probabilmente la rotta del corpo celeste si era deviata tanto da divenire gradualmente invisibile. Ed ecco i doni dei Magi: oro, incenso, mirra. Un'epifania particolare: non è Dio che rivela se stesso ai pagani, ma i pagani che riconoscono - manifestano - la natura divina di quel bambino agli ebrei, presenti nella figura di Maria, Giuseppe e dei pastori. L'incenso infatti rappresenta la natura divina, in quanto materiale odoroso che si bruciava durante le liturgie (usanza non a caso in vigore ancora oggi). L'oro rappresenta la regalità: Cristo, poiché Dio, è anche re dei Giudei e di tutti gli uomini. La mirra, infine, rappresenta la natura umana. Si trattava, infatti, di un derivato vegetale, una resina, che veniva spalmata sui corpi dei defunti presso molti popoli mediorientali, inclusi gli ebrei. Che dono inusuale, regalare qualcosa per i defunti in occasione della nascita. I Magi proclamarono la fede nel Cristo e nella sua missione redentrice che troverà compimento sulla croce e nella resurrezione.20 + C + M + B + 21
Le lettere C.M.B., più verosimilmente, significano la frase latina Christus Mansionem Benedicat ("Cristo benedica [questa] casa"). Questo rituale ricalca il famoso episodio dell'Esodo, quando i sacerdoti del popolo ebraico, in attesa di essere liberati dall'Egitto, posero il sangue degli agnelli sacrificati sugli stipiti e sugli architravi delle porte, per non essere sterminati nella notte del castigo dall'angelo di Dio. Così anche noi, ponendo e invocando il nome dell'agnello di Dio, Gesù Cristo, colui che ci ha liberati dall'Egitto vero, cioè dalla tirannia del peccato, riceveremo quest'anno per le nostre case e le nostre famiglie la grazia, ciò che ci salva dalla notte del castigo e dall'angelo della morte, cioè dall'inferno e da tutte le terribili conseguenze che una vita malvagia reca inesorabilmente con se stessa.



