lunedì 28 dicembre 2020

Come ti tradisco Cicerone: Repubblica o Stato?

In questi giorni ho dovuto rileggere una grande opera di Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a.C.), il De Officiis, nella quale l'oratore romano tratta dell'annosa questione filosofica dei doveri dell'uomo, questione assai cara agli Stoici. L'edizione italiana dell'opera sulla quale ho studiato, con testo latino a fronte, mi ha permesso di fare la seguente osservazione. Ogni qualvolta l'autore cita la parola res publica, il traduttore utilizza in italiano la parola 'Stato'. Sono fortemente convinto che usare una parola così moderna come 'Stato' per un autore così antico sia terribilmente fuorviante, soprattutto perchè fornisce al lettore l'immagine di un Cicerone che giustifica, in qualche modo, la Macchina leviatanica che è andata affermandosi dapprima in Europa e poi in giro per il mondo a partire dalla prima età moderna. 

Le cose non stanno così. La visione politica di Cicerone che emerge, almeno dalla lettura del De Officiis, è completamente antitetica, incompatibile con quella moderna e contemporanea, figlia della Rivoluzione. Intendo con Rivoluzione il processo storico e filosofico che affonda le proprie radici nella gnosi, nel pensiero rinascimentale, nell'occamismo, per poi incarnarsi gradualmente nella rivoluzione luterana, nella rivoluzione francese, nella rivoluzione comunista e nella rivoluzione sessantottina. Lo Stato - modernamente inteso - è una esaltazione della potestas in opposizione all'auctoritas, anzi una riduzione della seconda alla prima (anche nel linguaggio ordinario, non facciamo più distinzione tra potestà e autorità, ma usiamo i due termini come sinonimi). Per i Romani di epoca repubblicana, invece, i due concetti erano ben distinti, sebbene non separati. La potestà - politica - era sottomessa all'autorità - morale, il diritto, lo jus naturalis, per usare la fortunata formula ciceroniana. 

Lo Stato, invece, pretende di cacciare l'autorità morale, il diritto che è fonte della politica, e di diventare esso stesso autorità potente. Il caso di Cicerone è molto interessante, in realtà, perché egli visse in un'epoca che vide difatti la transizione dall'epoca della Repubblica all'epoca segnata dall'avvento di un mostro giuridico che per molti versi è assimilabile allo Stato moderno, ossia l'Impero. Nella guerra civile tra il popolare Giulio Cesare e l'ottimato Gneo Pompeo, Cicerone si schierò dalla parte di quest'ultimo. Tradurre res publica con 'Stato' appare dunque come un tradimento linguistico nei confronti della stessa missione politica del celebre oratore romano, che tra l'altro - come noto - perse la vita a causa di Marco Antonio, che insieme a Ottaviano aveva ereditato da Cesare un progetto politico che possiamo oggi definire a ragione rivoluzionario. Non è un caso neanche il fatto che la storiografia moderna e contemporanea abbia sempre esaltato Cesare contro Pompeo, intravedendo evidentemente in costui un antesignano del potere leviatanico. 

Cosa significa res publica per Cicerone? In breve, la parola res - che ordinariamente significa "cosa" - sembra indicare nel lessico ciceroniano anzitutto il campo da coltivare, la terra, che per i Romani è il fondamento della proprietà privata. Non c'è proprietà senza terra. Allora la Repubblica - res publica - più che un banale riferimento ad una vaghissima "cosa pubblica", sembra indicare la confederazione dei proprietari terrieri, coloro che gestendo le risorse naturali danno vita al consorzio umano, all'unione delle famiglie e alla prosperità economica (dove oikonomia indica in greco anzitutto la gestione della casa). 

Interessante infatti analizzare le parole latine di coloro che, all'epoca di Cicerone, che rivestì la carica di edile nel 69 a.C., proponevano le riforme agricole, riforme che Cicerone indica appunto come massimi nemiche della Repubblica. Il Nostro cita (Cfr. II, 21) un discorso tenuto da un tale Filippo, tribuno della plebe, evidente simpatizzante delle politiche popolari. Ecco cosa riferisce Cicerone delle parole di costui:

    Non esse in civitate duo milia hominum, qui rem haberent.

La traduzione che l'edizione italiana propone, corretta, dice: "In tutta Roma non ci sono neppure duemila possidenti". Con queste parole, Filippo intendeva sminuire la gravità dell'espropriazione delle terre. Cicerone si oppone fermamente. Simili discorsi legittimano il massimo male per la società umana, ossia l'uguaglianza dei beni, aequatio bonorum - quello che oggi chiameremmo comunismo, ossia la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, per affidarla ad una macchina burocratica superiore e senza volto, ossia lo Stato. In opposizione ad esso vi è ciò che oggi chiameremmo capitalismo, termine che viene oggi abusato e caricato di mille e più significati negativi. Capitalismo significa semplicemente questo: proprietà privata dei mezzi di produzione. La terra è qui intesa come il miglior mezzo di produzione.

I popolari, che costituivano la fazione politica "riformista e progressista" dell'epoca, contro gli ottimati che invece difendevano i valori tradizionali della Repubblica, proposero leggi atte a scacciare i proprietari terrieri dalle loro terre, con il pretesto di averle occupate abusivamente o per altre ragioni simili, oppure atte a condonare i debiti in massa, con il pretesto che le masse povere non potevano permettersi di pagare. Si tratta di proclami "populisti" che, facendo leva su ingiustizie e miserie reali, solleticavano le invidie dei più poveri. La guerra dei poveri contro i ricchi (cattivi per antonomasia!) è sempre stato il motore del socialismo e, più in generale, degli Stati modernamente intesi.

In Cicerone, c'è una forte difesa della nozione di proprietà privata, ritenuta intoccabile dalla potestas. C'è inoltre differenza tra beni comuni, che non possono essere privatizzati, e beni che, pur nascendo comuni, devono essere inevitabilmente privatizzati. I beni comuni (in latino, bonum commune) sono così definiti: "Quelli che possono essere donati al prossimo senza recare perdita in chi dona", come ad esempio l'acqua, il fuoco, l'aria, ma anche la verità e la scienza. I beni privatizzabili, invece, sono quelli che non rispondono a questa definizione e la terra è tra questi, dal momento che essa non è infinita, ma limitata. Secondo Cicerone, i beni privati diventano tali per occupazione, diritto di conquista o contratto. E sulla nozione di contratto sembra fondarsi il concetto ciceroniano di Repubblica.

Il fondamento della Repubblica è infatti la fides, la fede, intesa in senso precristiano, cioè il rispetto dei patti stipulati, una responsabilità che, ancor prima che tutelata dal diritto positivo, è tutelata dalla propria coscienza. E infatti spesso la parola fides è tradotta nel testo ciceroniano con la parola italiana 'coscienza'. Per esempio, Cicerone narra che in passato gli imputati, prima di ricevere la sentenza dal giudice, pregavano questi con la formula: Quae salva fide facere possit, "[Fa per me tutto quello che puoi,] purché sia salva la tua fede", cioè la tua coscienza, che non è perscrutabile da nessun potere, se non quello divino. Tale Fede era così importante per i Romani d'età repubblicana che questi eressero una sua statua sul Campidoglio, vicino alla statua di Giove Ottimo Massimo. Non possono esistere contratto e fede senza proprietà privata.  

Qual è dunque la funzione della potestas secondo Cicerone? La risposta è presto detta: lasciamo la parola allo stesso filosofo latino. In questa risposta troviamo forse il maggiore contrasto tra la concezione romana repubblicana (che ricevette una fortunata elaborazione nel Medioevo cristiano, in particolare nel pensiero di san Tommaso d'Aquino, che a Cicerone spesso si rifaceva) e la concezione romana imperiale e poi moderna di politica.

"In generale, quelli che si dispongono a governare la Repubblica tengano ben presenti due precetti di Platone: primo, curare l'utile dei cittadini in modo da informare ad esso ogni loro azione, dimentichi e incuranti dei propri interessi; secondo, provvedere a tutto l'organismo della Repubblica, affinché, mentre ne curano una parte, non abbiano a trascurar le altre. Invero, come la tutela di un pupillo, così il governo della Repubblica deve esercitarsi a vantaggio non dei governanti, ma dei governati. D'altra parte, quelli che provvedono a una parte dei cittadini e ne trascurano un'altra, introducono nella comunità (civitas) il più funesto dei malanni: la discordia e la sedizione; onde avviene che alcuni appaiano amici del popolo (populares), altri fautori degli ottimati; ben pochi sono devoti al bene di tutti" (I, 25).

E ancora, Cicerone passa a chiarire più avanti in cosa consista il bene comune, ossia l'utile dei cittadini: "Il primo dovere di chi amministra la Repubblica è di fare in modo che ciascuno conservi i suoi beni, e che per pubblico decreto non si intacchi la proprietà privata. [...] Soprattutto per garantire la sicurezza della proprietà privata si costituirono le città e le repubbliche. E' vero che gli uomini si unirono in società per naturale impulso, ma è anche vero che essi, nella sicurezza delle città, cercarono la difesa e la custodia dei proprii beni. Ma non basta: bisogna anche procurare che i cittadini non debbano pagare tributi, come spesso accadeva al tempo dei nostri padri per la povertà dell'erario e per la frequenza delle guerre; e perché questa iattura non avvenga, si dovrà provvedere assai per tempo. Ma se qualche volta la necessità di tali contributi si imporrà in una Repubblica (preferisco parlare così, per non fare un tristo augurio alla nostra; d'altra parte, qui, io non parlo della nostra, ma della Repubblica in generale), bisognerà fare in modo che tutti si persuadano che, se vogliono salvarsi, devono sottomettersi alla necessità" (II, 21).

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