Il Natale 2020 è schiacciato tra le preoccupazioni del periodo storico difficile che stiamo vivendo. Non è forse questo il senso più autentico di questa grande festività? Se il mondo è confuso, pieno di paura, Cristo viene a salvare, luminoso e stabile, e dice a ciascuno di noi: «Non temere!». Riscopriamo insieme allora il senso del Signore che viene nel mondo.
Primo senso: il Signore viene nella
storia. Questo è il senso primario del Natale. Dall’eternità, Dio si
immerge nel tempo. La grandezza del Cristianesimo rispetto alle altre religioni
trova massima espressione nei due eventi del Natale e della Pasqua, due eventi
strettamente connessi. Il Cristianesimo ci insegna che la storia è superiore al
mito, anzi di più, per dirla con le parole di G. K. Chesterton (1874 – 1936),
nel Cristianesimo il mito si fa storia. La storia sacra diventa allora modello
della storia universale, di tutti gli uomini. La divinità che le leggende e i
miti avevano raccontato per metafore e simboli si fa Uomo, sensibile, in
relazione diretta con noi. Ciò dimostra che Cristo viene incontro alle esigenze
esistenziali più intime, più radicate, che l’uomo aveva manifestato in
molteplici sistemi religiosi, filosofici ed etici.
Secondo senso: il Signore viene nella
nostra esistenza individuale. Il Signore viene a noi nella conversione, nel
Battesimo, nell’Eucarestia, nel prossimo che diventa occasione di misericordia
e persino nella sofferenza che diventa occasione di virtù. Il tema della
sofferenza, della malattia e del dolore è in questo periodo quanto mai attuale.
Il Signore, bambinello nella mangiatoia di Betlemme, ci dice che essa non è
priva di senso: Egli stesso è il senso! La Passione del Signore inizia già, in
qualche misura, con la sua Incarnazione. La nascita in un luogo angusto,
scomodo e freddo diventa occasione di santità: non è forse questo il primo
insegnamento che Gesù - Maestro infante - rivolge a Giuseppe e Maria, ai
pastori che vengono ad adorarlo e ai ricchi Magi dell’Oriente?
Terzo senso: il Signore viene a
giudicarci. Un tema che fa grande paura tanto da volerlo dimenticare,
esorcizzare attraverso pratiche edonistiche o consumistiche, è il tema della
morte. Una parola che si vuole persino evitare di pronunciare. La pandemia
forse ci ha scosso da questo punto di vista. Ne avevamo bisogno. San Francesco
d’Assisi – figura cui il Papa si ispira spesso – ha chiamato la morte «sorella»
nel suo famoso Cantico delle creature. Dobbiamo recuperare questa visione
carica di speranza cristiana nei confronti dell’ultimo momento della nostra
vita. «Nel suo primo avvento, Cristo venne a salvarci, a guarir le ferite del
corpo e dello spirito. Alla fine dei tempi, tornerà come giudice; darà il regno
promesso ai suoi servi fedeli». Così cantava l’inno delle Lodi durante la
novena natalizia. Gesù è nato per il giudizio della Croce: non è una visione
pessimistica, ma – al contrario – di attaccamento alla vita. La vita, infatti, sprigiona
la sua massima energia quaggiù quando è proiettata al suo senso ultimo.

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