martedì 5 gennaio 2021

Epifania: Cristo si manifesta alle Genti

La parola greca epifania significa 'manifestazione [della divinità]'. Nei vangeli, ci sono diverse forme epifaniche. Oltre alla visitazione dei Magi, ci sono epifanie ben più evidenti, quali la discesa della colomba su Gesù battezzato nel Giordano e il miracolo alle nozze di Cana. Eppure, la parola epifania è passata a indicare, quasi paradossalmente, la manifestazione meno evidente di tutte, quella che avviene agli occhi dei Magi a Betlemme. E' un aspetto molto interessante, che già sembra volerci insegnare qualcosa: Dio non si manifesta con prodigi eclatanti, ma con segni chiari e diretti a chi ha occhi per vedere e "orecchi per intendere" (Cfr. Marco 4, 9). 

L'episodio dei Magi è narrato solo dal vangelo di Matteo. Forse non casualmente, dal momento che Matteo ha destinato il proprio vangelo al popolo ebraico, il quale si era fossilizzato in un nazionalismo sterile, che faceva coincidere l'appartenenza a determinate tribù con la vocazione alla salvezza. Di conseguenza, anche l'atteso Messia, il figlio di Davide, doveva riguardare il solo popolo di Israele. L'epifania ai Magi stravolge questa prospettiva erronea, smentita tra l'altro a più riprese dalla stessa Scrittura veterotestamentaria.

I Magi infatti, contrariamente a quanto vuole una certa tradizione apocrifa, non furono re (e forse - ma non abbiamo prove sufficienti - non furono neanche tre), bensì sacerdoti, appartenenti a una grande religione monoteista ormai scomparsa, il mazdeismo, che all'epoca di Gesù era la seconda grande religione monoteista dopo il giudaismo (in realtà ve ne erano anche altre, ma il discorso sarebbe complesso e questa non è la sede adatta per parlarne). La religione mazdeista - più nota oggi con il nome di zoroastrismo - era diffusa in Persia (grossomodo attuale Iran) e professava la fede in un solo Dio, Ahura-Mazda, creatore del cielo e della terra. Il suo profeta e riformatore principale fu Zoroastro. Vi sono enormi affinità con le teologie ebraica e cristiana, che hanno spinto i maligni (influenzati dal metodo storicistico e moderno di concepire i fenomeni storici) a credere spesso che in realtà i nuovi monoteismi altro non sarebbero che una derivazione ed adattamento degli antichi. L'elemento più interessante della religione mazdeista era l'attesa di un Salvatore dell'umanità, il Saoshyant

La visita dei Magi conferma - agli ebrei dapprima, ma anche a noi che ci professiamo cattolici - che Cristo realizza le attese dell'uomo in quanto essere umano, non in quanto appartenente a determinate categorie, ma in quanto animale razionale e, per conseguenza, spirituale. La promessa del Messia è infatti antichissima: secondo quanto leggiamo in Genesi, già dopo il peccato originale, Dio promise il Messia ai protogenitori Adamo ed Eva. Non dobbiamo stupirci allora se ritroviamo nelle religioni antiche retaggi di queste promesse universali. Esse rispecchiano un bisogno antropologico profondo. Questo non significa, ovviamente, che tutte le religioni salvano: al contrario, in Cristo c'è l'unica vera fede.

Immaginiamoci questi sacerdoti-astronomi che per anni avevano letto e studiato sulle proprie Scritture, le Avesta, che un giorno Ahura-Mazda avrebbe inviato il Salvatore, colui che, guidando le truppe del Bene, avrebbe portato alla redenzione del cosmo e alla sconfitta di Angra Mainyu, lo spirito del male. Essi avevano letto anche che la venuta del Salvatore sarebbe stata segnata da un prodigio celeste, una stella, come leggiamo nel vangelo. 

"Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono" (Matteo 2, 9b-11).

Dobbiamo pensare, probabilmente, che i Magi leggevano il planisfero celeste come uno specchio del planisfero terrestre: ad ogni regione celeste corrispondeva così una regione terrestre. Immaginiamoci questi sacerdoti che, per mesi, si accampavano di regione in regione, osservando la stella mobile che "li precedeva", ossia indicava lentamente, di volta in volta, il territorio in cui dovevano spostarsi per avvicinarsi alla meta, il luogo di nascita del bambino. Arrivati in Israele, i Magi si diressero, quasi in qualità di ambasciatori, da Erode. «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 2). Probabilmente, i Magi si attendevano una maggiore consapevolezza da parte di coloro che erano stati designati come eredi di una così grande promessa. Erode non ne sapeva niente, anzi manifestò timore e preoccupazione: ignorava la sua stessa fede. I Magi allora continuarono a seguire la stella. Arrivati a Betlemme, essa "si fermò": probabilmente la rotta del corpo celeste si era deviata tanto da divenire gradualmente invisibile.

Ed ecco i doni dei Magi: oro, incenso, mirra. Un'epifania particolare: non è Dio che rivela se stesso ai pagani, ma i pagani che riconoscono - manifestano - la natura divina di quel bambino agli ebrei, presenti nella figura di Maria, Giuseppe e dei pastori. L'incenso infatti rappresenta la natura divina, in quanto materiale odoroso che si bruciava durante le liturgie (usanza non a caso in vigore ancora oggi). L'oro rappresenta la regalità: Cristo, poiché Dio, è anche re dei Giudei e di tutti gli uomini. La mirra, infine, rappresenta la natura umana. Si trattava, infatti, di un derivato vegetale, una resina, che veniva spalmata sui corpi dei defunti presso molti popoli mediorientali, inclusi gli ebrei. Che dono inusuale, regalare qualcosa per i defunti in occasione della nascita. I Magi proclamarono la fede nel Cristo e nella sua missione redentrice che troverà compimento sulla croce e nella resurrezione.


E' usanza (quasi perduta) nella Chiesa quella di affidare all'intercessione dei Santi Magi il nuovo anno. Si è soliti infatti incidere con un gesso benedetto, sugli stipiti delle porte, il numero corrispondente all'anno nuovo, intermezzato con croci e le iniziali dei nomi tradizionali dei tre santi (Caspar, Melchior, Balthasar), in questo modo:
 

20 + C + M + B + 21


Le lettere C.M.B., più verosimilmente, significano la frase latina Christus Mansionem Benedicat ("Cristo benedica [questa] casa"). Questo rituale ricalca il famoso episodio dell'Esodo, quando i sacerdoti del popolo ebraico, in attesa di essere liberati dall'Egitto, posero il sangue degli agnelli sacrificati sugli stipiti e sugli architravi delle porte, per non essere sterminati nella notte del castigo dall'angelo di Dio. Così anche noi, ponendo e invocando il nome dell'agnello di Dio, Gesù Cristo, colui che ci ha liberati dall'Egitto vero, cioè dalla tirannia del peccato, riceveremo quest'anno per le nostre case e le nostre famiglie la grazia, ciò che ci salva dalla notte del castigo e dall'angelo della morte, cioè dall'inferno e da tutte le terribili conseguenze che una vita malvagia reca inesorabilmente con se stessa.

giovedì 31 dicembre 2020

Se Dio è ingenerato, in che senso è corretto dire che Dio ha una madre?

Il 1° gennaio la Chiesa cattolica, secondo il calendario romano ordinario, celebra la solennità di Maria, venerata con il titolo di Madre di Dio. Si tratta certamente di uno dei dogmi più difficili da comprendere, perchè strettamente congiunto a uno dei due dogmi fondamentali del Cattolicesimo, ossia quello della Trinità (l'altro dogma fondamentale è quello della Redenzione ed entrambi sono sintetizzati nel "segno della croce"), che è probabilmente il dogma più difficile da studiare, un vero mistero di fede.
Se indichiamo con la parola Dio l'ente che è all'origine di tutto ciò che esiste, che trascende tutto, persino il tempo, totalmente privo di parti (in teologia si dice a proposito che Dio gode dell'attributo della semplicità), come possiamo definire un essere umano, una donna, Madre di Dio?

Sappiamo dalla Scrittura che la seconda persona della Trinità, il Figlio, ha preso carne con il fine ultimo di espiare la colpa dovuta al peccato originale. Sappiamo anche che è stato concepito in maniera soprannaturale: senza ricorrere all'ordinario concorso sessuale, l'embrione di Gesù è stato concepito nell'utero di Maria attingendo per metà al patrimonio genetico femminile della madre, a sua volta depositario di millenni di storia umana, e per metà da un patrimonio genetico maschile creato ex nihilo, dal nulla, per un puro intervento creatore dello Spirito Santo. Un prodigio incredibile, a ben pensarci. Siamo davvero di fronte a quella che i teologi nei secoli hanno chiamato "nuova creazione", il nuovo Adamo.

Ecco dunque l'evento. L'Arcangelo Gabriele apparve a Maria per annunziarle il grande evento dell'Incarnazione, rivelandole la singolare grazia di essere stata concepita senza peccato (Luca 1, 28: "Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te") e, nel momento in cui ricevette il fiat dalla giovane fanciulla, l'angelo "partì da lei" (Luca 1, 38b). In quell'istante, l'embrione venne concepito nell'utero di Maria e la seconda persona divina del Figlio si unì ipostaticamente ad esso.

Cosa significa? La struttura psicologica di Gesù fu identica a quella di tutti gli altri uomini, tripartita secondo le facoltà vegetative, sensitive e razionali. Anche Gesù ha un'anima immortale, che è da distinguere dalla Divinità. Corpo, anima e spirito di Cristo formano la sua natura umana, cui si è applicata la persona del Figlio. O meglio: la natura divina del Figlio "ha attratto a sè" la natura umana di Gesù al momento del concepimento, come una calamita attrae il ferro, e con essa ha attratto a sè tutta l'umanità corrotta dal peccato. Così infatti Dio ha voluto da sempre. In questo modo, non c'è stato cambiamento alcuno in Dio, così come il Sole non muta nell'attrarre i pianeti intorno a sè, ma muove pur rimanendo immobile

Ora, dire che la natura umana di Gesù è unita ipostaticamente al Figlio (ipostasi in greco vuol dire 'persona') significa che, nella persona del Figlio, umanità e divinità sono distinte e unite. Nestorio (381 - 451), arcivescovo di Costantinopoli, credeva che le due nature di Cristo fossero distinte e separate. In tal senso, il corpo umano di Gesù era concepito come un burattino nelle mani del Dio Figlio. Al contrario, Eutiche (378 - 454), superiore di un monastero di Costantinopoli, credeva che le due nature di Cristo fossero non solo unite, ma confuse, tanto che l'umanità sarebbe venuta meno a favore della divinità. Entrambi questi teologi sono stati condannati dalla Chiesa infallibilmente (cfr. Concilio di Calcedonia). Abbiamo quindi una persona, il Figlio, con due nature, quella umana e quella divina.  Possiamo dire che il corpo umano di Gesù si è innestato nella Trinità. E quindi nel Figlio ogni natura compie la propria azione: Dio fa ciò che è proprio di Dio (miracoli, cammina sulle acque, etc.), l'uomo fa ciò che è dell'uomo (insegna, prega, muore, etc.), senza che l'azione di una natura entri in contraddizione con l'azione dell'altra. 


Maria non può essere Madre di Dio, ovviamente, nel senso di colei che ha dato vita alla Trinità: Dio non sarebbe più Dio. Ma poiché ha generato il corpo umano di Cristo, che è stato unito ipostaticamente a Dio Figlio tanto da essere stato assorbito nella Trinità, Maria è davvero Madre di Dio: perché tutto quello che è dell'Uomo Gesù è anche del Dio Gesù, in quanto le due nature sono unite nella persona. La natura umana di Gesù Cristo è in Dio pur non essendo in se stessa divina. Nessun essere umano condivide con questo corpo perfetto il patrimonio genetico, eccetto la Madre, Maria, che è così unita al Figlio - e quindi a Dio - non solo nell'essenza di essere umano, ma addirittura nella somiglianza materiale. Gesù è Immagine del Padre, ma anche Immagine di Maria.

Ora, sorge una domanda, spontanea per l'uomo moderno che non riesce più ad apprezzare il valore delle realtà metafisiche, delle domande eterne. Anzi, incapace di accedere intellettualmente a queste, le sminuisce, accusandole di astrattismo e vacuità, non comprendendo che da esse discende il modo corretto di relazionarsi con Dio e con il prossimo. E' triste vedere anche molti teologi moderni sminuire l'importanza capitale di simili questioni. A che cosa serve capire se è corretto chiamare Maria Madre di Dio, se in Gesù vi siano una o due nature, se esse siano disgiunte o confuse? Davvero Dio bada a questi arzigogoli filosofici? Ebbene, sì: Dio ci bada eccome! 

E in effetti, dal dogma mariano della maternità divina sorge almeno una considerazione (ma se ne possono fare tante altre, in verità), legata alla stessa figura della Beata Vergine Maria. Cristo è mediatore tra l'uomo e Dio, perché in quanto Uomo-Dio ha attratto verso l'alto la condizione umana: "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?" (Giovanni 10, 34). Ma l'amicizia tra Dio e l'uomo, che è la grazia, viene meno ogni qualvolta il singolo pecca mortalmente. La misericordia di Dio non è mai separata dalla giustizia, come la natura umana di Cristo non è mai separata dalla sua divinità. Ma anche nella condizione di peccato mortale, Maria si pone come intercessore costante. Maria è la massima esaltazione della femminilità, intendendo con questo termine tutto ciò che denota cura e gratuità. L'istinto del bambino vede nella madre l'amore che dona e si dona, anche quando questo non è meritato. Il bambino corre dalla mamma quando si accorge di aver fatto un misfatto. Questo istinto profondo dell'uomo vale anche nella vita spirituale, nei confronti di Maria, che lo stesso Cristo ha eletto Madre dell'umanità, in conseguenza del fatto che da Lei è stato generato il Corpo Perfetto che è nella Trinità. A san Giovanni apostolo, infatti, e in lui a tutti gli uomini, Gesù dalla croce - cioè dal fine stesso dell'Incarnazione - ha detto: "Ecco tua madre!" (Giovanni 19, 27). E l'evangelista aggiunge: "E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa". Prendiamo anche noi Maria nella nostra casa, cioè nel nostro cammino di perfezione spirituale. Perché Dio dà tutto in sovrabbondanza, ma niente di ciò che dà è inutile.


lunedì 28 dicembre 2020

Come ti tradisco Cicerone: Repubblica o Stato?

In questi giorni ho dovuto rileggere una grande opera di Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a.C.), il De Officiis, nella quale l'oratore romano tratta dell'annosa questione filosofica dei doveri dell'uomo, questione assai cara agli Stoici. L'edizione italiana dell'opera sulla quale ho studiato, con testo latino a fronte, mi ha permesso di fare la seguente osservazione. Ogni qualvolta l'autore cita la parola res publica, il traduttore utilizza in italiano la parola 'Stato'. Sono fortemente convinto che usare una parola così moderna come 'Stato' per un autore così antico sia terribilmente fuorviante, soprattutto perchè fornisce al lettore l'immagine di un Cicerone che giustifica, in qualche modo, la Macchina leviatanica che è andata affermandosi dapprima in Europa e poi in giro per il mondo a partire dalla prima età moderna. 

Le cose non stanno così. La visione politica di Cicerone che emerge, almeno dalla lettura del De Officiis, è completamente antitetica, incompatibile con quella moderna e contemporanea, figlia della Rivoluzione. Intendo con Rivoluzione il processo storico e filosofico che affonda le proprie radici nella gnosi, nel pensiero rinascimentale, nell'occamismo, per poi incarnarsi gradualmente nella rivoluzione luterana, nella rivoluzione francese, nella rivoluzione comunista e nella rivoluzione sessantottina. Lo Stato - modernamente inteso - è una esaltazione della potestas in opposizione all'auctoritas, anzi una riduzione della seconda alla prima (anche nel linguaggio ordinario, non facciamo più distinzione tra potestà e autorità, ma usiamo i due termini come sinonimi). Per i Romani di epoca repubblicana, invece, i due concetti erano ben distinti, sebbene non separati. La potestà - politica - era sottomessa all'autorità - morale, il diritto, lo jus naturalis, per usare la fortunata formula ciceroniana. 

Lo Stato, invece, pretende di cacciare l'autorità morale, il diritto che è fonte della politica, e di diventare esso stesso autorità potente. Il caso di Cicerone è molto interessante, in realtà, perché egli visse in un'epoca che vide difatti la transizione dall'epoca della Repubblica all'epoca segnata dall'avvento di un mostro giuridico che per molti versi è assimilabile allo Stato moderno, ossia l'Impero. Nella guerra civile tra il popolare Giulio Cesare e l'ottimato Gneo Pompeo, Cicerone si schierò dalla parte di quest'ultimo. Tradurre res publica con 'Stato' appare dunque come un tradimento linguistico nei confronti della stessa missione politica del celebre oratore romano, che tra l'altro - come noto - perse la vita a causa di Marco Antonio, che insieme a Ottaviano aveva ereditato da Cesare un progetto politico che possiamo oggi definire a ragione rivoluzionario. Non è un caso neanche il fatto che la storiografia moderna e contemporanea abbia sempre esaltato Cesare contro Pompeo, intravedendo evidentemente in costui un antesignano del potere leviatanico. 

Cosa significa res publica per Cicerone? In breve, la parola res - che ordinariamente significa "cosa" - sembra indicare nel lessico ciceroniano anzitutto il campo da coltivare, la terra, che per i Romani è il fondamento della proprietà privata. Non c'è proprietà senza terra. Allora la Repubblica - res publica - più che un banale riferimento ad una vaghissima "cosa pubblica", sembra indicare la confederazione dei proprietari terrieri, coloro che gestendo le risorse naturali danno vita al consorzio umano, all'unione delle famiglie e alla prosperità economica (dove oikonomia indica in greco anzitutto la gestione della casa). 

Interessante infatti analizzare le parole latine di coloro che, all'epoca di Cicerone, che rivestì la carica di edile nel 69 a.C., proponevano le riforme agricole, riforme che Cicerone indica appunto come massimi nemiche della Repubblica. Il Nostro cita (Cfr. II, 21) un discorso tenuto da un tale Filippo, tribuno della plebe, evidente simpatizzante delle politiche popolari. Ecco cosa riferisce Cicerone delle parole di costui:

    Non esse in civitate duo milia hominum, qui rem haberent.

La traduzione che l'edizione italiana propone, corretta, dice: "In tutta Roma non ci sono neppure duemila possidenti". Con queste parole, Filippo intendeva sminuire la gravità dell'espropriazione delle terre. Cicerone si oppone fermamente. Simili discorsi legittimano il massimo male per la società umana, ossia l'uguaglianza dei beni, aequatio bonorum - quello che oggi chiameremmo comunismo, ossia la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, per affidarla ad una macchina burocratica superiore e senza volto, ossia lo Stato. In opposizione ad esso vi è ciò che oggi chiameremmo capitalismo, termine che viene oggi abusato e caricato di mille e più significati negativi. Capitalismo significa semplicemente questo: proprietà privata dei mezzi di produzione. La terra è qui intesa come il miglior mezzo di produzione.

I popolari, che costituivano la fazione politica "riformista e progressista" dell'epoca, contro gli ottimati che invece difendevano i valori tradizionali della Repubblica, proposero leggi atte a scacciare i proprietari terrieri dalle loro terre, con il pretesto di averle occupate abusivamente o per altre ragioni simili, oppure atte a condonare i debiti in massa, con il pretesto che le masse povere non potevano permettersi di pagare. Si tratta di proclami "populisti" che, facendo leva su ingiustizie e miserie reali, solleticavano le invidie dei più poveri. La guerra dei poveri contro i ricchi (cattivi per antonomasia!) è sempre stato il motore del socialismo e, più in generale, degli Stati modernamente intesi.

In Cicerone, c'è una forte difesa della nozione di proprietà privata, ritenuta intoccabile dalla potestas. C'è inoltre differenza tra beni comuni, che non possono essere privatizzati, e beni che, pur nascendo comuni, devono essere inevitabilmente privatizzati. I beni comuni (in latino, bonum commune) sono così definiti: "Quelli che possono essere donati al prossimo senza recare perdita in chi dona", come ad esempio l'acqua, il fuoco, l'aria, ma anche la verità e la scienza. I beni privatizzabili, invece, sono quelli che non rispondono a questa definizione e la terra è tra questi, dal momento che essa non è infinita, ma limitata. Secondo Cicerone, i beni privati diventano tali per occupazione, diritto di conquista o contratto. E sulla nozione di contratto sembra fondarsi il concetto ciceroniano di Repubblica.

Il fondamento della Repubblica è infatti la fides, la fede, intesa in senso precristiano, cioè il rispetto dei patti stipulati, una responsabilità che, ancor prima che tutelata dal diritto positivo, è tutelata dalla propria coscienza. E infatti spesso la parola fides è tradotta nel testo ciceroniano con la parola italiana 'coscienza'. Per esempio, Cicerone narra che in passato gli imputati, prima di ricevere la sentenza dal giudice, pregavano questi con la formula: Quae salva fide facere possit, "[Fa per me tutto quello che puoi,] purché sia salva la tua fede", cioè la tua coscienza, che non è perscrutabile da nessun potere, se non quello divino. Tale Fede era così importante per i Romani d'età repubblicana che questi eressero una sua statua sul Campidoglio, vicino alla statua di Giove Ottimo Massimo. Non possono esistere contratto e fede senza proprietà privata.  

Qual è dunque la funzione della potestas secondo Cicerone? La risposta è presto detta: lasciamo la parola allo stesso filosofo latino. In questa risposta troviamo forse il maggiore contrasto tra la concezione romana repubblicana (che ricevette una fortunata elaborazione nel Medioevo cristiano, in particolare nel pensiero di san Tommaso d'Aquino, che a Cicerone spesso si rifaceva) e la concezione romana imperiale e poi moderna di politica.

"In generale, quelli che si dispongono a governare la Repubblica tengano ben presenti due precetti di Platone: primo, curare l'utile dei cittadini in modo da informare ad esso ogni loro azione, dimentichi e incuranti dei propri interessi; secondo, provvedere a tutto l'organismo della Repubblica, affinché, mentre ne curano una parte, non abbiano a trascurar le altre. Invero, come la tutela di un pupillo, così il governo della Repubblica deve esercitarsi a vantaggio non dei governanti, ma dei governati. D'altra parte, quelli che provvedono a una parte dei cittadini e ne trascurano un'altra, introducono nella comunità (civitas) il più funesto dei malanni: la discordia e la sedizione; onde avviene che alcuni appaiano amici del popolo (populares), altri fautori degli ottimati; ben pochi sono devoti al bene di tutti" (I, 25).

E ancora, Cicerone passa a chiarire più avanti in cosa consista il bene comune, ossia l'utile dei cittadini: "Il primo dovere di chi amministra la Repubblica è di fare in modo che ciascuno conservi i suoi beni, e che per pubblico decreto non si intacchi la proprietà privata. [...] Soprattutto per garantire la sicurezza della proprietà privata si costituirono le città e le repubbliche. E' vero che gli uomini si unirono in società per naturale impulso, ma è anche vero che essi, nella sicurezza delle città, cercarono la difesa e la custodia dei proprii beni. Ma non basta: bisogna anche procurare che i cittadini non debbano pagare tributi, come spesso accadeva al tempo dei nostri padri per la povertà dell'erario e per la frequenza delle guerre; e perché questa iattura non avvenga, si dovrà provvedere assai per tempo. Ma se qualche volta la necessità di tali contributi si imporrà in una Repubblica (preferisco parlare così, per non fare un tristo augurio alla nostra; d'altra parte, qui, io non parlo della nostra, ma della Repubblica in generale), bisognerà fare in modo che tutti si persuadano che, se vogliono salvarsi, devono sottomettersi alla necessità" (II, 21).

domenica 27 dicembre 2020

La devozione alla Santa Famiglia

Nel 1895, il Papa Leone XIII fissò alla terza domenica dopo l'Epifania la festa della Santa Famiglia di Nazareth, limitandola a quelle località che tradizionalmente erano solite celebrare tale ricorrenza. Bisognerà aspettare poi l'anno 1921, sotto il Pontificato di Benedetto XV, per vedere la festa della Santa Famiglia di Nazaret estesa a tutta la Cattolicità, fissandola alla domenica compresa nell'ottava dopo l'Epifania. Dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, si suole festeggiare tale solennità nella domenica compresa nell'ottava dopo il Natale.

Da queste brevissime considerazioni storiche possiamo dedurre che tale celebrazione è stata introdotta piuttosto di recente nella storia della Chiesa. Attenzione: non dobbiamo mai stancarci di ribadire che, ogni qual volta nella storia si sono presentati pericoli e minacce a qualche verità del diritto naturale o della dottrina cattolica, la Chiesa ha sottolineato aspetti, introdotto festività, proclamato dogmi con il fine di ribadire quanto creduto da tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo. 

Nel 1600, iniziarono a diffondersi in Europa diverse confraternite con il fine di diffondere la devozione ai nomi e alle figure di Gesù, Giuseppe e Maria - come modello di famiglia. Gesù veniva proposto come modello dei figli, Giuseppe come modello dei mariti e padri, Maria come modello delle mogli e madri. I fautori di queste confraternite temevano che la famiglia fosse in grave pericolo. Era l'epoca del razionalismo e del libertinismo, reazione e conseguenza inevitabile della Prima Rivoluzione (quella perpetrata da Martin Lutero). Le rivoluzioni, infatti, come ogni evento negativo, producono effetti tra essi opposti (si pensi ad esempio al fatto che dal protestantesimo sono sorti sia il fenomeno del puritanesimo sia quello del libertinismo), dimostrando così la verità del classico principio logico che insegna: ex vero verum, ex falso quodlibet ("da ciò che è vero non può che scaturire ciò che è vero, ma da ciò che è falso possono scaturire cose false e cose vere"). Tali effetti poi sono sempre segnati dalla radicalità, dall'esasperazione, dall'estremismo, perché le eresie sono sempre riduzioni della totalità della verità a una sua parte (airesis in greco, da cui viene la parola 'eresia', significa scelta).

In che modo il luteranesimo ha avviato un processo di guerra alla famiglia? In realtà, questo complesso argomento sarebbe da affrontare su più dimensioni. Ci basti qui notare un semplice passaggio. Lutero insegnò che alla salvezza basta la sola fede e che le opere sono inutili (chiamò "lettera di paglia" la lettera di san Giacomo apostolo, nel quale si lodano le buone opere come necessarie alla salvezza). Da qui, molti teologi protestanti dedussero che, dal momento che colui che ha la fede è inevitabilmente salvo e colui che non ha la fede è inevitabilmente dannato, è totalmente inutile badare alle proprie opere: le azioni di coloro che hanno fede non hanno mai valore di peccato. Dunque, ogni azione diviene lecita, anche quelle guidate dalle passioni più sfrenate. Nacque il libertinismo spirituale

In Italia, questa eresia serpeggiò per diverso tempo. Molti sacerdoti aderirono a questa corrente religiosa di nascosto e utilizzavano il Sacramento della Confessione per fare adepti, facendo leva sulle passioni smodate dei penitenti. Ci furono persino casi di misticismo, ad esempio a Napoli, dove si presentò il caso di Suor Giulia Di Marco (1574 - ?), appartenente alla "setta della carità carnale", che organizzava orge segrete e fu alla fine condannata all'ergastolo dall'Inquisizione.

Nel corso dei secoli, la famiglia è stata sempre più oggetto di attacco ideologico. Non poteva che essere così: la modernità, segnata dal trionfo statalista, ha negato il diritto naturale, pretendendo così di ricostruire la natura. La cellula fondamentale della società umana è la famiglia (padre, madre, prole), ancor prima che i singoli individui. Il divorzio, l'aborto, le gender theories hanno messo in crisi la concezione della famiglia come unità fondamentale della società e della Chiesa, come cardine della prosperità economica, come baluardo contro le tentazioni oligarchiche della politica

La Santa Famiglia, al contrario, è il nostro modello. Essa è anzitutto immagine della Trinità sulla terra: le nostre famiglie sono chiamate a vivere lo stesso vincolo di carità. In secondo luogo, la Santa Famiglia ci indica le relazioni che devono sussistere tra i suoi termini, relazioni di servizio, cura, obbedienza reciproca, ma anche di responsabilità, comprensione, temperanza, perché non è giusto per il padre o per la madre pretendere l'ascolto e l'obbedienza dei figli, senza impegnarsi a migliorare se stessi così come Cristo ci ordina di fare. E' questo il senso di ciò che insegna san Paolo apostolo: "Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra. E voi, genitori, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore" (Efesini 6, 1-3). E' ingiustizia mancare di pietà verso i genitori, ma è altrettanto ingiusto educare la prole affidandosi al caso e agli istinti del momento, che spesso possono causare più danni che benefici.