sabato 22 maggio 2021
Solennità di Pentecoste 2021
domenica 16 maggio 2021
Domenica di Ascensione 2021
Oggi, domenica 16 maggio 2021, la Chiesa festeggia in esterno la solennità dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo. La Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste rappresentano tre momenti culmine della storia della salvezza e, a ragione, questi tre eventi possono essere accostati alle tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. La Resurrezione del Cristo, infatti, dopo tre giorni nel sepolcro, ha manifestato in maniera soprannaturale che davvero la Croce non è stata un incidente di percorso, ma un atto voluto e preordinato da Dio, al fine di offrire al Padre un sacrifico così grande da riscattare tutti coloro che decideranno di accogliere deliberatamente il Signore dal peccato originale e personale.
Ecco perché, nel vangelo odierno, il resoconto dell'Ascensione è anticipato da un rimprovero amaro da parte di Gesù nei riguardi degli apostoli: «[Egli] rinfacciò a essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano prestato fede a quelli che lo avevano visto resuscitato». La fede dunque è condizione necessaria per avere speranza. Ma è anche vero che le virtù teologali non si raggiungono con le proprie umane forze, ma le si ricevono solo per volontà divina. E' necessario pertanto il ministero apostolico: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi non crederà, sarà condannato». Un monito duro, che deve farci riflettere e farci crescere. Attraverso il Battesimo riceviamo la grazia della fede. Certamente, tale fede deve essere apparecchiata dalla predicazione e da segni, anche straordinari, da parte dei ministri di Dio. La predicazione infatti apre alla ragionevolezza della nostra fede, instilla gli anticorpi contro gli errori e le false dottrine del mondo, costringe la volontà a desiderare il perfezionamento morale. Se il Signore non è più costantemente vicino a noi con la presenza corporea, lo è certamente con la presenza della divinità. Eppure, anche fisicamente il Signore ha desiderato essere vicino a noi, nell'Eucarestia, se pensiamo che ogni ostia consacrata è Cristo vivo e vero. L'Eucarestia compendia in maniera mirabile fede e speranza. Infatti, per sola fede sappiamo che quell'ostia è trasformata sostanzialmente nel corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo: «Sulla croce era nascosta la sola umanità, mentre qui [nell'Eucarestia] si nasconde anche l'umanità», così canta l'inno Adoro te devote. Eppure, da un così grande mistero aspettiamo il bene spirituale: ecco la dimensione eucaristica legata alla speranza. Il Signore ascende al cielo, verso l'alto, perché verso l'alto dobbiamo orientare i nostri desideri ultimi, cioè verso il vero Bene, che non muore mai.
Gaetano Masciullo
sabato 8 maggio 2021
Quinta Domenica dopo la Pasqua (Liturgia secondo il Vetus Ordo): Gesù promette ancora l'Ascensione e la Pentecoste

Tante volte abbiamo ascoltato la promessa di Gesù: «Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, egli ve lo concederà» (Gv 16. 23), ma forse di rado abbiamo riflettuto sul fatto che la "cosa" che Egli vuole che noi chiediamo, prima di qualunque altra cosa, è che lo Spirito Santo venga ad abitare nei nostri cuori, il che concretamente significa vivere in grazia e orientare la nostra volontà a quella divina, per essere davvero felici sin da questa vita. Ricevere lo Spirito Santo significa lasciar fruttificare le virtù teologali (fede, speranza, carità), ricevute come in germe da Dio nel Battesimo, e significa anche lasciar fruttificare i suoi sette santi doni, cioè quelle sette virtù soprannaturali - sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, timor di Dio, scienza e pietà - che il Signore ci concede in sostegno delle sette virtù.
Il ministero terreno di Gesù Cristo ha visto il proprio apice nel celebre discorso della montagna (cfr. Mt cc. 5-7), il quale parte proprio dalla massima preoccupazione spirituale di Gesù per noi, ossia la nostra santificazione, espressa dalle otto beatitutidini, le quali - com'è unanime il giudizio dei Padri e dei Dottori - rappresentano gli effetti dei sette doni dello Spirito Santo. Anche la preghiera del Pater noster insegnataci da Gesù stesso (cfr. Mt 6, 9-13) è anzitutto un elenco di sette richieste al Padre, con le quali richiediamo appunto i sette doni dello Spirito Santo. Sotto quest'ottica, è più facile dunque comprendere l'intenzione ultima di Nostro Signore.
«Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia completa» (Gv 16, 23-30). Non abbiamo chiesto nulla, cioè nulla che valga davvero la pena di essere chiesta: lo Spirito Santo e i suoi sette doni. Tutto il resto, anche i bisogni materiali, vengono di conseguenza, perché Dio è Provvidenza. Ma l'inabitazione dello Spirito Santo è necessaria per la santità, "gioia completa". La santificazione è un processo e, come tale, richiede tempo. Il Signore aveva parlato fino a quel momento ai suoi apostoli in parabole, il cui fine - al contrario di quanto si sente spesso dire - non era certo quello di far comprendere a tutti e in modo semplice nozioni più o meno difficili, ma al contrario, era quello di rendere in un certo senso ermetica la dottrina, non facilmente accessibile, proprio perché c'è bisogno di un cammino per arrivare a conoscere come Dio conosce: «Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere» (Is 6, 9-10). C'è bisogno dell'inabitazione dello Spirito Santo per comprendere pienamente: «In quel giorno» allora, cioè nel "giorno della santità", non ci sarà più bisogno di chiedere, perché quel giorno - come commentano i santi Giovanni Crisostomo e Tommaso d'Aquino - è il giorno di Pentecoste.
Quando si vive nella grazia, non si ha più bisogno di mediatori umani, ma è Dio stesso ad ascoltarci. Per queste ragioni, Cristo dice: «In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che io pregherò il Padre per voi», cioé Gesù Cristo non pregherà il Padre in quanto vero uomo e mediatore per gli uomini, ma gli apostoli - Chiesa nascente - ameranno Dio come Padre, non solo come Signore, e questa familiarità otterrà tutto in sovrabbondanza. San Tommaso d'Aquino, commentando questo brano di san Giovanni evangelista, commenta il concetto di familiarità. Si ha familiarità verso qualcuno quando spontaneamente si è propensi a chiedergli qualcosa. La familiarità è reciproca: il Padre si fida degli apostoli (Gv 16, 27: «il Padre infatti vi ama perché avete creduto in me»), così come il Padre si fida del Figlio (Gv 16, 28a: «Uscii dal Padre e venni nel mondo») e il Figlio si fida del Padre (Gv 16, 28b: «ora lascio il mondo e torno al Padre»).
La somma manifestazione di affetto degli apostoli verso Cristo è la confessione di fede. E tale confessione procede da tre aspetti. Il primo aspetto è la chiarezza della dottrina: «Ecco che ora parli apertamente e senza parabole» (Gv 16, 29). Infatti, una dottrina è accolta anzitutto se è comprensibile dall'intelletto naturale dell'uomo e la fede cattolica è assolutamente ragionevole. Il secondo aspetto è la certezza della dottrina ricevuta: «Adesso conosciamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi» (Gv 16, 30a). Se si ritiene una tale dottrina di origine divina, non possiamo dubitare della verità di essa, perché Dio sa tutto e non può mentire. In questo versetto, notiamo una apparente contraddizione: infatti, chi sa è colui che non ha bisogno di interrogare, non colui che non ha bisogno di essere interrogato. Eppure qui gli apostoli dicono: "non hai bisogno che alcuno ti interroghi". Si tratta in realtà di una confessione della natura assolutamente beata del Figlio, in quanto Dio: la necessità della preghiera è infatti dalla parte nostra, non dalla parte di Cristo. Infine, il terzo e ultimo aspetto è quello della consapevolezza dell'origine divina della dottrina, cioè della necessità che Dio riveli quella parte di verità che l'intelletto da solo non può raggiungere: «crediamo che tu sei uscito da Dio» (Gv 16, 30b).
sabato 1 maggio 2021
Quarta Domenica dopo Pasqua (Liturgia secondo il Vetus Ordo): Il Signore promette l'Ascensione e la Pentecoste
Il vangelo proclamato dalla Chiesa nella IV Domenica dopo Pasqua, secondo il calendario seguìto nella celebrazione in forma straordinaria del rito romano, è in diretta continuazione con quanto proclamato domenica scorsa, ossia la promessa dell’Ascensione. Riviviamo con gli apostoli i quaranta giorni che separano la Resurrezione del Signore dalla sua salita al Padre. I vangeli non ci parlano, se non sommariamente, di ciò che avvenne in quei giorni, ma la cosa non deve sorprenderci. Sappiamo dalla Tradizione cattolica (che è depositum fidei tanto quanto la Scrittura) che è in questo tempo che il Signore ha indicato agli apostoli, futuri primi vescovi della Chiesa universale, le “linee guida” – per così dire – della celebrazione liturgica.
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