giovedì 30 luglio 2015

Se Lutero si traveste da santo e dottore...

Fonte: http://www.scuolaecclesiamater.org/2015/07/se-lutero-si-traveste-da-santo-e-dottore.html


Il pensiero agostiniano è stato di importanza capitale per lo sviluppo della teologia cristiana nei primi secoli, sia per difendere l’ortodossia dalle numerose e perniciose eresie che volevano introdurre “novità” nel pensiero cristiano (si pensi alle battaglie teologiche che Agostino rivolse contro manichei, pelagiani, donatisti, semipelagiani…), sia per approfondire meglio alcuni dogmi, come quello della Trinità.
Sant’Agostino di Ippona si avvalse ben presto del titolo, riconosciutogli dalla Chiesa, di Dottore, cioè di autorità indiscussa in teologia, e difatti fece scuola per buona parte del medioevo cristiano, fino a quando non prevalsero l’aristotelismo e la scolastica di san Tommaso d’Aquino.
Tuttavia, soprattutto a partire dal XX secolo, è prevalsa in ambito accademico una corrente esegetica del pensiero agostiniano in verità erronea, che non rende giustizia alle originarie intenzioni del santo vescovo di Ippona. In particolare, Odilo Rottmanner (1841-1907) con la sua operaAgostinismo (1892) affermò che il pensiero di sant’Agostino è da ricondurre fondamentalmente alla “dottrina della predestinazione incondizionata e della volontà salvifica particolare che sant’Agostino ha perfezionato di preferenza nell’ultimo periodo della sua vita”, cioè dal 418 in poi. In cosa consisterebbe dunque questa dottrina?  Tutti gli uomini nascerebbero peccatori e meritevoli della dannazione, a causa del peccato originale, ma Dio sceglierebbe per un atto di misericordia proveniente esclusivamente dalla sua volontà (detta per questo volontà salvifica) chi sottrarre a questa inevitabile e giusta condanna. Da parte degli eletti, cioè dei predestinati alla salvezza, non ci sarebbe alcun merito, sia per quanto riguarda la fede (che è dono esclusivo della grazia divina) sia per quanto riguarda le opere, che sono conseguenze della fede. Dio dunque non vorrebbe salvare tutti gli uomini, ma solo pochi eletti: per questo motivo la volontà salvifica di Dio sarebbe particolare, non universale. Lo scandalo del cristianesimo non consiste nel fatto che la maggioranza degli uomini si dannino, ma nel fatto che pochi riescano a salvarsi. La salvezza degli eletti è un dono gratuito di Dio, assolutamente immeritato.
A questo punto ci chiediamo: questa tesi della predestinazione così esposta non ci ricorda forse la tesi di un altro teologo, vissuto molti anni dopo sant’Agostino? Non furono forse Martin Lutero e Calvino ad affermare che Dio salva per sola grazia pochissimi uomini da lui eletti e che l’uomo senza la grazia è inevitabilmente condannato a compiere il male? Non fu forse Giansenio a muovere contro s. Agostino le stesse accuse dei pelagiani, ormai mutate in lodi? Dunque, Lutero non avrebbe “radicalizzato il pensiero agostiniano”, come si è soliti dire, ma al contrario avrebbe semplicemente ribadito quanto s. Agostino insegnò nelle sue opere. Ma allora, ci chiediamo, perché uno è stato proclamato santo e dottore e l’altro condannato come eresiarca e rivoluzionario contro Dio? Evidentemente, i conti non tornano.
Secondo l’esegesi di Rottmanner, per sant’Agostino la libertà dell’uomo non esiste, se non nei limiti della perseveranza che l’uomo adopera per rimanere nella grazia divina e quindi per conservare la fede donatagli. Padre Agostino Trapé (1915-1987), priore generale dell’Ordine agostiniano, difese a spada tratta la corretta esegesi del pensiero del vescovo ipponate dalle strumentalizzazioni moderniste e “protestantizzanti”. Egli, in un articolo pubblicato nel 1963 sulla rivista Divinitas, dal titolo A proposito di predestinazione: S. Agostino e i suoi critici moderni, scrive: “Si sa quali critiche e quali accuse suscitasse a suo tempo questa dottrina da parte dei pelagiani. Possiamo ridurle a quattro capi, tutti e quattro gravissimi. L'agostinismo - dicevano - nega il libero arbitrio, nega che il battesimo rimetta il peccato originale, proclama il fatalismo, e riduce il pensiero cristiano al manicheismo. S. Agostino rispose, dimostrò l'infondatezza, anzi la malafede, di quelle accuse e ribadì, chiarendola, la sua dottrina. L'agostinismo trionfò. La Chiesa riconobbe come valida, nelle linee essenziali, quella difesa e annoverò il vescovo d'Ippona tra i suoi maestri migliori: inter magistros optimos. Le accuse, anche quelle mosse dai semipelagiani, non tardarono a cadere, ed i teologi, da allora in poi, guardarono a S. Agostino come al Dottore della grazia, la cui autorità era venerabile presso tutti. Con il protestantesimo e con il giansenismo quelle accuse si trasformarono in lodi, lodi non vere, che la Chiesa respinse e S. Agostino aveva respinto ante litteram. Oggi, qua e là, si preferisce tornare alle accuse. Di tanto in tanto, infatti, si propongono interpretazioni di S. Agostino che sono molto vicine, quando non siano proprio identiche, a quelle che ne davano i pelagiani; e non solo da parte dei razionalisti, che fanno del vescovo d'Ippona - com'è noto - il creatore dei dommi del peccato originale e della grazia, ma anche - e la cosa riveste un carattere di particolare gravità - da parte di studiosi cattolici”.
Sant’Agostino fu per secoli chiamato Doctor Gratiae et Libertatis. Per il santo vescovo il rapporto tra libertà e grazia non si trasforma in un dilemma, in una scelta esclusiva tra le due, ma in un binomio, una coesistenza. La grazia non annulla la libertà umana, né la libertà umana annulla la libertà divina, che si manifesta appunto nella grazia. San Tommaso d’Aquino bene spiega nell’opera Contra errores graecorum il motivo per il quale alcune opere dei Padri della Chiesa possano sembrare ambigue (come ambiguo potrebbe sembrare, ad una superficiale lettura, il pensiero di s. Agostino sul rapporto tra libertà e grazia): “Ci sono, a mio avviso, due ragioni per cui alcune affermazioni degli antichi Padri Greci risultano ambigue se paragonate alle nostre contemporanee. Primo, perché una volta che gli errori riguardanti la fede si manifestavano, i santi Dottori della Chiesa divenivano più circospetti nel modo di esporre i punti della fede, così da escludere tali errori. È chiaro, per esempio, che i Dottori che sono vissuti prima dell’eresia ariana non parlavano così espressamente dell’unità dell’essenza divina come hanno fatto invece i Dottori successivi. E lo stesso si è verificato nel caso di altri errori. Ciò è abbastanza evidente non solo riguardo ai Dottori in generale, ma anche riguardo ad un Dottore in particolare, Agostino. Nei libri che questi pubblicò dopo l’ascesa dell’eresia pelagiana, si parla molto più cautamente della libertà della volontà umana rispetto a quanto se ne parla nei libri pubblicati prima dell’ascesa di tale eresia. In queste prime opere, mentre Agostino difendeva il concetto di volontà contro i manichei, egli ha adoperato affermazioni che i pelagiani, che rigettavano la grazia divina, hanno poi usato in supporto ai propri errori”.
Qual era dunque il pensiero, pienamente cattolico, di sant’Agostino?
Già i pelagiani accusarono s. Agostino di aver sostenuto che il libero arbitrio è perito nell’uomo con il peccato di Adamo, ma lo stesso s. Agostino risponde: “Chi di noi poi direbbe che per il peccato del primo uomo sia sparito dal genere umano il libero arbitrio? Certo per il peccato sparì la libertà, ma la libertà che esisteva nel paradiso di possedere la piena giustizia insieme all'immortalità. Per tale perdita la natura umana ha bisogno della grazia divina, secondo le parole del Signore: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Contro le due lettere dei pelagiani, I, 2.5). Si va dunque delineando una differenza fondamentale per il pensiero agostiniano tra libertà intesa come libero arbitrio, che è il mezzo della vita umana, e la libertà vera, ossia ilfine della vita umana, che è la libertà di aderire pienamente alla verità e di fare il bene. Quest’ultimo tipo di libertà era presente prima del peccato originale (S. Agostino la definisce con la formula posse non peccare, ossia “poter non peccare”) e sarà confermata nell’eternità del paradiso (definita con la formula non posse peccare, ossia “non poter peccare”). La realtà attuale, intermedia, successiva al peccato originale e alla redenzione, ma antecedente al giudizio personale ed universale, non è priva del libero arbitrio, ma della libertà come sopra intesa. Tuttavia, ciò non impedisce all’uomo di cercare la verità ed il bene. Qui interviene la grazia, ossia l’azione gratuita di Dio che sopperisce alle mancanze della “giustizia piena ed immortalità”, presenti nell’eden. Con la grazia l’uomo si santifica (gratia gratum faciens, dirà san Tommaso successivamente), nonostante le imperfezioni psico-fisiche, conseguenze della caduta dei progenitori. Il primo ed importante dono che Dio fa dunque all’uomo è la fede. In seguito, il battesimo e i sacramenti in generale, che sono i mezzi ordinari con cui la grazia divina agisce nell’uomo. “Ripeto che nessuno fu o può essere giusto se non è giustificato dalla grazia di Dio per mezzo di N. S. Gesù Cristo, e questo crocifisso. Difatti la stessa fede, che ha salvato i giusti nell'antichità, salva anche noi, la fede nel Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, la fede nel suo sangue, la fede nella sua croce, la fede nella sua morte, la fede nella sua resurrezione. Avendo dunque lo stesso spirito di fede, anche noi crediamo, ed è per questo che parliamo”, scrive s. Agostino in De natura et gratia, 44,51. 
Ma Dio conosce dall’eternità chi intraprende questo cammino di redenzione e si salva e chi rimane reprobo e si danna (prescienza)? Oppure egli stesso, da sé, decide dall’eternità, senza il consenso dell’uomo, chi salvare, riducendo il numero degli eletti a pochissimi? In quest’ultimo caso, Dio non vorrebbe la salvezza di tutti gli uomini, ma solo di una ristrettaèlite.
Per comprendere bene il pensiero agostiniano riguardo al peccato originale e alla giustificazione bisogna metterlo a confronto con quanto sostenevano pelagiani e semipelagiani.
Agostino schiaccia Pelagio,
Katholische Pfarrkirche Maria Rosenkranzkönigin,
Schretzheim
Pelagio affermava che il peccato originale colpì solamente Adamo e che non è trasmesso biologicamente a tutti gli uomini. Pertanto il battesimo non cancella il peccato originale, ma semplicemente ammette nella Chiesa. Da qui la polemica che i pelagiani mossero contro sant’Agostino sulla necessità del battesimo per i bambini e sul destino dei bambini morti senza di esso. Pelagio affermava che i bambini morti senza battesimo si salvano in quanto privi di qualsivoglia peccato, sia originale sia personale, ma sant’Agostino obiettava che i bambini morti senza battesimo non possono salvarsi, in quanto il peccato originale ha definitivamente rotto il legame tra l’uomo e Dio, legame ricostituito dal sacrificio di Cristo, che pertanto è Salvatore dell’umanità, anche dei bambini. “Non può appartenere a Cristo – scrive il santo Dottore – chi non ha bisogno di essere salvato”. L’uomo da sé liberamente decide se credere in Dio e può salvarsi anche fuori dalla Chiesa, compiendo opere buone.
Giovanni Cassiano e i monaci provenzali, iniziatori del semipelagianesimo, per conciliare Agostino e Pelagio, affermavano che l’uomo liberamente sceglie se credere e dunque l’inizio della fede e della giustificazione non esige il dono della grazia, così la perseveranza finale è frutto delle opere dell’uomo. La grazia divina serve a sostenere l’uomo in questo cammino, dal momento in cui l’uomo aderisce alla fede fino a quando muore. Analogamente a quanto sostenuto da Pelagio, il peccato originale colpì solamente Adamo e i bambini morti senza battesimo si salvano egualmente.
Sant’Agostino, Dottore della grazia e della libertà, sosteneva che il peccato originale è trasmesso biologicamente da Adamo a tutti gli uomini. Dunque sono trasmesse sia la colpa sia le conseguenze spirituali (impossibilità di accedere in paradiso dopo la morte) e temporali (mortalità, caducità, propensione al vizio) del peccato originale. Per cancellare la colpa e le conseguenze spirituali del peccato originale è necessario il battesimo, che attua i meriti della redenzione di Cristo salvatore, ma rimangono le conseguenze temporali. L’uomo da sé sceglie con il libero arbitrio se cercare o meno la verità e dunque il bene, ma la fede (ossia l’adesione ai meriti del sacrificio di Cristo che redime) e dunque l’inizio della giustificazione, così come la perseveranza finale, sono doni gratuiti di Dio, che si ottengono con la preghiera propria o altrui. Del resto, lo stesso sant’Agostino diede il merito della propria conversione alle preghiere e alle lacrime della madre, santa Monica. I meriti personali accrescono la grazia. Dio predestina alla salvezza coloro che liberamente aderiscono alla Chiesa, ricevono da Dio la fede e accrescono i meriti per grazia. Dio vuole la salvezza di tutto il genere umano, ma condanna coloro che ostinatamente perseguono il male.
Martin Lutero e Calvino ripresero le accuse di Pelagio e dei semipelagiani, tramutandole in lodi. Vi fu dunque una errata esegesi del pensiero di sant’Agostino, oggi tornato in voga presso alcuni autori. Per costoro, la fede è dono di Dio e i meriti personali non esistono. Senza il battesimo, tutti sono inevitabilmente condannati all’inferno. Dio ha già predestinato dall’eternità il numero di coloro che si salveranno, condannando il resto degli uomini. Il libero arbitrio non esiste, che è servo del peccato originale. Ma già dal V secolo, il prete Lucido della Gallia meridionale, credendo di seguire la dottrina di sant’Agostino, giunge a sostenere che “Cristo, Signore e Salvatore nostro, non è morto per la salvezza di tutti” e che “la prescienza di Dio spinge l’uomo violentemente verso la morte, e chiunque si perde, si perde per volontà di Dio”. Ma questa tesi fu confutata da san Fausto di Riez, discepolo dello stesso Dottore, e condannata dai concili di Arles (473, 574), ricondannata al II concilio di Orange (529) e dal papa Adriano I (785/791).
Gli errori di Pelagio furono condannati da papi e concili (cfr. DS 222, 238, 371, 1520, 2616), gli errori dei semipelagiani dal II concilio di Orange (529), gli errori dei protestanti dal concilio di Trento (1545-1563).

venerdì 17 aprile 2015

L'archetipo della virilità

Fonte: http://www.scuolaecclesiamater.org/2015/04/larchetipo-della-virilita.html

L’archetipo della virilità è il bambino. Quello che può sembrare un paradosso, dato che il bambino suscita idee di tenerezza, fragilità, ingenuità, cela in sé una grande verità. Gesù nel vangelo dice che per meritare il Regno dei Cieli bisogna farsi come bambini. Farsi, appunto, ovverosia ritornare bambini: è quasi una necessità per entrare nello stato di visione beatifica. È Gesù stesso, come sempre, che non solo insegna, ma incarna la parola divina e testimonia con la vita. Ed è proprio con la sua Incarnazione, apice della storia, che egli dà il modello: un bambino-re che giace in una mangiatoia, secondo la tradizione apocrifa riscaldato soltanto da un bue ed un asinello. Egli viene adorato dapprima dai pastori, poi dai Magi, infine odiato e cercato da Erode per poter essere ucciso. 
Lo psicologo Claudio Risè, di scuola junghiana, individua anch’egli, in una sua opera (Claudio RisèIl maschio selvatico 2, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 2015), nella figura del Pueruno degli archetipi possibili dell’essere maschio. Il bambino Gesù non parla, ma è in contatto con la natura, attraverso la paglia del proprio giaciglio e l’alito delle bestie che lo circondano. Chi viene ad adorarlo sono persone che, come lui, sono rimaste in contatto con il mondo naturale per tutta la vita: i pastori e poi i Magi, che non sono maghi, ma sacerdoti ed astronomi. Erode, invece, rappresentante dell’uomo adulto, il senex avversario del puer, ossia adulto ma non maturo, vizioso,  ossia “incatenato” dalle proprie passioni, dalla paura e dalle sovrastrutture superflue della civiltà, odia Gesù ed è disposto a far uccidere decine di bambini pur di assicurarsi la sua morte. Il bambino è infante, nel senso etimologico che “non parla”. La vita del bambino è dunque una vita destinata all’esplorazione curiosa dapprima di sé stesso, poi del mondo fuori di sé. Non una curiosità fine a sé stessa (come direbbe sant’Agostino: mera concupiscentia oculorum), ma una curiosità per la conoscenza e, poi, per la sapienza. Il linguaggio è una dimensione successiva alla conoscenza, non anteriore. Ma nella crescita del bambino qualcosa intacca la sua originaria ed autentica innocenza: Erode lo vuole morto, così come le varie sovrastrutture sociali e superflue, che invece di essere un mezzo per l’affermazione della natura maschile ne divengono un fine, e poi la stessa arma distruttrice. La paura avvinghia il ragazzo, e distrugge quella sana curiosità di cui abbiamo già parlato. L’uomo si sente schiacciato dalle prestazioni che ogni giorno deve compiere nella società, nella vita cittadina, lontana dalla natura, a scuola, all’università, persino nei rapporti con l’altro sesso l’ansia di “essere bravo a letto” incombe minacciosa.  Allora, ritornando a Gesù, comprendiamo meglio il senso di quel “fatevi come bambini”. Ogni qual volta i giudei ponevano al Signore questioni riguardanti la vita (diremmo oggi: questioni bioetiche), egli era solito rispondere con una espressione che in greco suona così: απ’ρχς (ap’archès), ovverosia “da principio”. Quando gli chiesero, ad esempio, se fosse lecito il divorzio, Gesù rispose: “Da principio Dio li creò maschio e femmina” (Matteo 19,4). E san Paolo scrive: “Dalla creazione in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Romani 1,20). La natura delle cose è, per dirla con Aristotele, sostanza, sub – stantia, “ciò che sta sotto”, ciò che rimane nonostante i cambiamenti. Dove vedere la sostanza, e quindi la natura più originaria, delle cose? Quella che rimane nonostante i costrutti sociali e le sovrastrutture create dall’homo senex? Con l’intelletto – scrive Paolo – al principio.
Al principio c’è il progetto di Dio, ci sono le cose così come devono essere. Anche per questo il bambino è l’archetipo della virilità: perché è al principio della vita. Nell’introibo della Messa il sacerdote canta: “Salirò all’altare di Dio, verso il Dio che rende gioiosa la mia giovinezza”. Le sue parole sono le parole di tutta la Chiesa. È la giovinezza necessaria per salire all’altare di Dio e poterlo gustare. Ma per poter gustare Dio bisogna essere padroni di sé stessi, sapienti, conoscitori della propria natura: in altre parole, sapere chi siamo. “Conosci te stesso”, raccomandava il celebre adagio socratico. Non importa l’età di chi pronuncia tali parole, chiunque può farlo: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam. Continuare ad essere giovani, continuare ad essere bambini per poter possedere il Regno dei Cieli.

lunedì 9 marzo 2015

Breve storia dei colori liturgici

Fonte: http://radiospada.org/2015/03/breve-storia-dei-colori-liturgici/

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Sappiamo bene che la liturgia della Messa è parte integrante della Tradizione cattolica, non è nella sua sostanza invenzione d’uomo, perché istituita da Cristo nel sacramento eucaristico e perfezionata da egli stesso nei quaranta giorni successivi alla Resurrezione, come la Tradizione insegna. Tuttavia è interessante chiedersi, dopo duemila anni di cristianesimo, la storia che ha visto l’evolversi di una parte simbolica molto importante della Messa, ossia il colore.
Attualmente i colori leciti per le celebrazioni sono, almeno nel rito romano, otto: il viola, il bianco, l’oro, il verde, il rosso, il blu, il rosa, il nero. Ognuno di questi ha un significato ben preciso, ma come siamo arrivati a questi colori? Sin da subito i cristiani hanno adoperato questi toni o c’è stata una evoluzione?
Effettivamente nei riti più antichi (ad esempio il rito di Gerusalemme), l’abito indossato durante le funzioni domenicali era semplicemente una tunica non tinta e pulita, di lino e, più raramente, di lana, che richiamava dunque il colore bianco, il colore cristologico per eccellenza che ricorda la purezza, l’innocenza, il manto candido del divin agnello. Un colore che ricordava il bianco, ma che di fatto non lo era, perché le tecniche di sbiancamento dei tessuti erano lente e costose, dunque si avevano di fatto varie nuances di grigio. 
Dal VII secolo, si iniziarono a diffondere vari colori e, con essi, alcuni trattati liturgici che tuttavia non ottenevano alcun effetto, se non a livello diocesano. I colori principali diventarono tre, che sono i tre colori classici adoperati sin dall’antichità: il rosso, il bianco e il nero. Di questi tre colori venivano usate varie sfumature, a seconda della festività che si voleva ricordare, così si avevano tre rossi, due bianchi e due neri, che si differenziavano tra loro essenzialmente per la loro intensità e luminosità, per il totale così di sette colori diversi. Il candidus era più brillante dell’albus. Ilniger più brillante dell’ater. Così nei tre rossi, il purpureus era più brillante del coccinus o del ruber. A questi tre colori iniziava ad aggiungersi l’oro, che di fatto era più un giallo, poi il verde, il viola ed addirittura il grigio. Alcuni sacerdoti – un po’ come oggi – adoperavano casule estrosissime e fuori luogo, che furono ben presto condannate dai vescovi locali perché considerate poco decenti (casule a righe, variopinte o troppo vistose, che univano più di due colori con significati totalmente differenti). Spesso il significato dei colori, nonostante alcune direttive generali e poco chiare, erano esclusivamente a scapito dei celebranti. Vi erano preti che celebravano a Pasqua con paramenti bianchi ed altri con paramenti rossi, se non addirittura verdi.
Dal VIII secolo intanto si protraeva una discussione tra teologi e prelati riguardante la necessità dell’uso di colori durante le liturgie. Vi erano due correnti di pensiero, rappresentate dai cluniacensi (nati nel X secolo) e dai cistercensi (XII secolo). I primi sostenevano la natura luminosa del colore e quindi superiore alla materia, da usare assolutamente durante le divine liturgie. I secondi, invece, sostenevano la natura materiale della luce e quindi sconveniente da usare durante la liturgia, ove si esalta una natura radicalmente opposta, quella spirituale di Dio. La cosiddetta cromofobia (paura del colore), sebbene di fatto combattuta da papi e vescovi sin dal periodo intorno all’anno Mille, sopravvisse per tutto il Medioevo, fino ad influenzare gli esponenti della Riforma protestante, i quali rinnegavano qualsiasi uso di immagini e colori, considerati pura vanitas.
Dal XII secolo, si cercò di dare una uniformità dei colori nei riti della Chiesa. I liturgisti dell’epoca[1] erano concordi nell’attribuire ai tre colori principali significati ben precisi. Il rosso era il colore della Passione, del martirio e dello Spirito Santo. Il bianco era il colore pasquale, mentre il nero era il colore dell’astinenza, della penitenza e del lutto. Il viola era considerato un subniger, ossia un derivato e sostitutivo del nero in alcuni casi. Il grigio e il giallo erano sostitutivi del bianco. Per questo motivo il viola iniziò a sostituire il nero nei tempi di Avvento. Il cardinale Lotario dei Conti di Segno scrive tra il 1194 e il 1195 un trattato intitolato De sacro sancti altari mysterio, dove parla anche dei colori liturgici. Questo testo fu poi ripreso da Lotario dopo la sua elezione a papa Innocenzo III, con l’intento di uniformare i colori della liturgia in tutte le diocesi, anche in quelle più lontane da Roma e con riti differenti da quello romano. Finalmente in questo trattato, che fa scuola almeno fino al Concilio di Trento, si dà un significato definitivo ai colori e finanche precisi riferimenti del calendario liturgico, così da evitare interpretazioni vaghe dei singoli celebranti: il rosso, colore della Passione, del martirio e dello Spirito Santo, è da usare solo nelle feste degli apostoli, dei martiri, della Santa Croce e della Pentecoste; il bianco, colore pasquale per eccellenza, è da usare solo per le feste degli angeli, delle vergini, dei confessori, nel Giovedì santo, a Pasqua, Natale, Epifania, Ascensione, Ognissanti. Il nero, lutto e penitenza, doveva essere usato solo nelle feste dei defunti, durante l’Avvento e la Quaresima, per la festa degli Innocenti martiri. Nei restanti giorni, è da utilizzare solo il colore verde, perché – scrive Innocenzo III nel trattato – si tratta di un colore “a metà tra il rosso, il nero e il bianco”. Il viola può sostituire talvolta il nero e il giallo può sostituire, in particolari casi, solo il verde.
E’ interessante notare che il viola, all’epoca, non era come lo conosciamo oggi. Si trattava piuttosto di un blu molto scuro, tendente al viola o più verosimilmente all’indaco. Molti paramenti antichi, che a noi sembrano blu notte, erano infatti considerati viola dai medievali. Il blu tendente all’azzurro era totalmente estromesso dalla liturgia, come retaggio della convinzione classica che l’azzurro fosse un colore barbaro (e quindi pagano), se non addirittura effeminato. Nonostante questo retaggio, sin dal IX secolo, soprattutto nella Francia carolingia, nelle chiese inizia a diffondersi il blu come lo intendiamo noi oggi, come colore simbolo del cielo, ma solo per quanto riguarda affreschi e vetrate, i santi vengono raffigurati con paramenti azzurri, ma solo per significare la loro presenza nel paradiso, ovverosia in cielo. Non vi erano infatti paramenti azzurri o blu da utilizzare nella liturgia. Dal XII secolo, questo stesso blu da usare in affreschi e vetrate, si schiarisce, per simboleggiare la luce divina e viene affiancato spesso al rosso, anziché al verde (come si era fatto sinora).
Per l’introduzione del blu nella liturgia, come colore da utilizzare nelle feste mariane, dovremo aspettare il XIII e il XIV secolo, ed esclusivo dei riti autoctoni di Spagna (come il mozarabico). Progressivamente, questo colore liturgico si diffuse anche in altre zone europee, ma il colore bianco per le feste mariane rimarrà quello prevalente. Nel rito romano, ad esempio, che subì notevoli influssi dal rito gallicano, il colore blu non sarà mai ufficialmente inserito tra i colori liturgici ufficiali. Questa diffusione del colore blu nella liturgia era dovuta alla rivalutazione che questo colore stava ricevendo per la prima volta a livello artistico e letterario, con i suoi primi importanti impieghi nella tintoria.
Durante l’epoca barocca (XVII secolo) furono introdotti due nuovi colori liturgici, l’oro e il rosa. Il primo colore, già in voga come sostitutivo del bianco e del verde, fu molto utilizzato per le solennità mariane nel rito romano, al posto del blu spagnolo e del precedente bianco romano. Molte statue raffiguranti la Vergine con abito azzurro furono appositamente ritinte con il colore oro. Si stabilì comunque che il colore oro, simbolo della maestà di Dio, potesse sostituire qualsiasi colore, eccetto il viola e il nero, colori di penitenza. Il rosa, novità assoluta, fu introdotto solo per le domeniche gaudete (terza di avvento) e laetare (terza di quaresima), in quanto colore a metà tra il viola (proprio dei tempi di avvento e quaresima) e il bianco (in quanto in queste due domeniche si ricordano le promesse gioiose rispettivamente della Natività e della Resurrezione).

martedì 16 dicembre 2014

Cenni biografici del Barone Ludovico Von Pastor, grande storico della Chiesa (Seconda parte)

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La presente breve biografia è tratta dall’introduzione del XI volume della munifica opera Storia dei Papi, dello stesso Von Pastor, edito in italiano nel 1929, un anno dopo la morte del grande storico cattolico. La stesura della biografia si avvalse delle memorie curate dal dr. Kaufmann, che curò in Germania l’opera del barone, e del dr. I. F. Dengel, che fu successore alla cattedra del barone in Innsbruck.
Pastor aveva allora solo 24 anni e mezzo: egli entrava nel mondo non come uno sconosciuto, ma come un uomo che si era già affermato per la profonda fermezza dei suoi principi cattolici, per la sua straordinaria cultura e con un programma che intendeva svolgere ad ogni costo; scrivere la Storia dei Papi.
    Sinora egli aveva raccolto molto materiale, ma sporadico e incompleto; a lui occorreva però per tale scopo poter giungere all’unica fonte di questa storia, a cui nè Ranke nè altri avevan potuto attingere, all’Archivio segreto Vaticano. Per riuscire a tale intento Pastor fece pervenire per mezzo di Onno Klopp al nunzio di Vienna Mons. Jacobini, più tardi Segretario di Stato, un promemoria nel quale egli illustrava l’importanza per la Chiesa di una storia dei papi scritta sulla base dell’Archivio Vaticano.
    Alla metà di dicembre 1878, munito di una lettera commendatizia del nunzio, e di lettere di altri amici, Pastor lasciava Francoforte e si poneva in viaggio per l’Italia. Il prof. Carlo Federico Stumpf-Brentano nel salutarlo lo accompagnò con le parole « Sen vada con Dio, chè un coraggio giovanile certo a lei non mancherà ». In Roma fu ospite del Campo Santo tedesco allora diretto dal dotto prelato Antonio de Waal. Un memoriale presentato al cardinale Nina, Segretario di Stato, nel quale si dimostrava che con lo studio dei documenti vaticani si potrebbe solo far del bene, non ebbe alcun risultato. Nel fare tale pressione Pastor era coadiuvato dai prelati De Waal e De Montel nonché dal card. Franzelin. De Waal pensò di domandare l’accesso all’Archivio non solo per Pastor ma anche per gli altri teologi e storici del suo collegio, e a tal uopo si rivolse al papa stesso, presentando una domanda di Pastor, nella quale egli faceva rilevare come fosse interessante di mettere a fianco della storia dei papi di Ranke una seconda storia scritta da mano cattolica e basata sui documenti dell’Archivio Vaticano. Leone XIII concesse per allora il permesso che venissero portati per Pastor i materiali di Archivio nella Biblioteca Vaticana. Entrato finalmente in quel santuario della storia, Pastor potè consultare pure gli indici e così fare le sue ricerche metodicamente. Alla vista di tanto tesoro egli concepì il grande programma di pubblicare accanto alla sua Storia un Corpus Catholicorum sulla base dei documenti dell’Archivio Vaticano, lavoro che avrebbe dovuto abbracciare la pubblicazione di lettere di papi, istruzioni, relazioni e corrispondenze di nunzi, appelli ai papi ed estratti dei fogli volanti, bibliografie di opere apologetiche del secolo XVI.
     Le grandi pressioni esercitate per parte dei dotti e indubbiamente l’opera spiegata dal Pastor ottennero un secondo risultato assai grande per la storia: Leone XIII, che seppe ben apprezzare il contributo che alla indagine storica poteva apportare lo studio dell’Archivio Vaticano, si decise pronunciare la grande parola per cui l’Archivio veniva aperto a tutti i dotti. Pastor restò in Roma sino al giugno 1879. In quei mesi egli non conobbe riposo: lavorava da 10 sino a 12 ore al giorno, sfogliando solo nella Biblioteca Vaticana, come egli scrisse all’Janssen, 300 manoscritti, limitando per ora le sue ricerche dal 1450 al 1549. Nello stesso tempo visitò gli archivi e biblioteche di Napoli, Firenze e Milano, facendo ovunque largo bottino di documenti, finché nell’autunno, con due valigie di appunti, se ne tornò nella sua patria.
    Intanto egli pubblicava la sua tesi che aveva raggiunto le 500 pagine: Die Kirchlichen Reunionsbestrebungen während der Regierung Karls V, opera che assieme alla Corrispondenza del cardinale Contarmi durante la sua legazione in Germania nel 1541, da lui trovata in Roma e pubblicata nell’Historischen Jahrbuch della Goerresgesellschaft, gli procurò subito fama di vero dotto.
    Egli aspirava ad una cattedra universitaria, ma sventuratamente la lotta del Kulturkampf rendeva impossibile a lui, cattolico, il raggiungere tale mèta. Teodoro Mommsen, interrogato dai deputati del Centro al Parlamento prussiano su questa mancanza di parità fatta ai cattolici nelle Università, rispose che « era il simbolo dell’ultramontanismo che faceva sì che all’ombra di questo albero velenoso fossero così rari i talenti ». Come fosse falsa quest’accusa partigiana, risulta dal fatto che Pastor, quantunque tanto attaccato alla sua patria, dovette cercare una cattedra in Austria. Il prof. Weiss propose a lui le due università di Gratz e di Innsbruck: il prof. Stumpf-Brentano gli spianò la via a quest’ultima, dove il 19 febbraio 1880 egli tenne l’esame (colloquium) di abilitazione e, sei giorni dopo, alla presenza di 10 professori e di 15 studenti, la lezione di prova sul tema: L’opera storica contemporanea all’imperatore Carlo V. Il prof. Busson dava sull’esito di questa prova il seguente lusinghiero giudizio: « Il candidato ha adempiuto il suo incarico in ottima maniera. La sua lezione, la cui forma può sola venire elogiata, dimostra che egli è pienamente padrone dell’argomento, che ne conosce la letteratura sino alle recentissime pubblicazioni, e che egli sa esporre con chiarezza ed in maniera attraente un argomento. Anche la calma oggettività che il candidato ha dimostrato in questa occasione deve esser fatta rilevare in maniera particolare. La voce del candidato è assolutamente sufficiente ».
    Tutto faceva credere che una libera docenza non si facesse attendere, eppure non fu così. Il Ministero della pubblica istruzione in Vienna, pervaso dal sentimento liberale-massonico, gli fece bene attendere il permesso (venia legendi) di tenere le sue lezioni.
    Il prof. Klopp voleva che Pastor avesse accettato il posto di professore di storia in casa dell’arciduca Carlo Ludovico per il suo figlio Ottone, ma egli vi rinunziò, sebbene a malincuore, perchè tale sistemazione lo avrebbe allontanato troppo dal suo programma scientifico.
    Nell’attesa del permesso del Ministero, Pastor accettò sul momento il posto di consigliere scientifico nella libreria editrice di Herder, iniziando la redazione degli « Historischen Bildnisse » e la revisione degli articoli storici nel Kirchenlexilcon di Wetzer e Welte. Finalmente, dopo 11 mesi di attesa giunse dietro pressione degli amici l’attesa venia legendi dal Ministero della pubblica istruzione, e Pastor potè cominciare come libero docente le sue lezioni di storia moderna in Innsbruck, che doveva diventare la seconda sua patria.
    Durante l’attesa di questa conferma ministeriale il suo amico Giorgio Hertling gli aveva scritto: « Non dovete meravigliarvi; chi, come voi, sente di aver la missione di porre la sua azione scientifica espressamente a servizio della causa cattolica, egli, ovunque e in ogni tempo, dovrà urtare nell’opposizione occulta o manifesta della scienza ufficiale, che nella sua grande maggioranza persegue ben altre mire ».
Nel semestre estivo del 1881 Pastor tenne in Innsbruck le sue prime lezioni su Le fonti della storia moderna. Il 22 aprile del 1882 si ammogliava con la sig.na Costanza Maria Kaufmann, l’unica figlia di Leopoldo Kaufmann, già borgomastro di Bonn, anch’egli intrepido cattolico, che per la fede era stato duramente provato ed aveva dovuto rinunziare al suo alto ufficio. La donna scelta dal Pastor era quella che occorreva per lui: fervente cattolica, piissima, colta, fu per lui non solo fedelissima sposa e compagna affettuosa, ma pure cooperatrice intelligente nei difficili lavori, cosicché della stessa Storia dei Papi ella trascrisse in pulito i primi volumi, e dei seguenti ascoltò la lettura dandone quindi un giudizio critico. « È ella, scriveva il Pastor, che mi ha tenuto lontano dall’orgoglio del dotto e che ha tenuto sempre sollevato il mio sguardo verso il Signore, datore di ogni bene ». Ella pure fu felice con lui e scriveva che « nessuna coppia di sposi era adattata l’un l’altro più di loro due ». Pastor in segno di gratitudine volle che fosse dedicato a lei il settimo volume dell’opera. In Innsbruck Pastor si trovò in una cittadina assai più piccola di Francoforte, ma incantevole per le meravigliose bellezze delle Alpi circostanti: iniziò pure delle escursioni alpine assieme al dotto collega Giulio von Ficker, quantunque poco attrezzato per quelle difficili ascensioni.
     Nel 1882 fu in vista un posto di professore all’Università di Praga. Pastor vi concorse: egli avrebbe dovuto venir nominato; ma la sua fede cattolica gli fu d’ostacolo: non si permise che venisse preferito un « ultramontano » ed altri ebbe quella cattedra. Pure come compenso Pastor ricevette il titolo di professore straordinario, « risultato assai lusinghiero, come giudicò Ficker, dopo un periodo assai breve di insegnamento ».
    Quando nel 1886 pubblicò il suo primo volume della Storia dei Papi, i suoi colleghi nell’insegnamento storico, compreso Ficker, non lo giudicarono bastante per proporre Pastor come vero professore straordinario. Il prof. Busson, uomo bollente e al sommo liberale, gli scriveva allora: « Ella può scriverne anche una dozzina di questi volumi, ma non verrà mai proposto per professore, sinché non cambia le sue direttive ».
     Pure non fu così. Gli amici di Vienna, particolarmente il prof. von Gagern, insistettero per questa nomina, e Pastor fu nominato il 30 ottobre 1886 professore straordinario, e il 5 settembre dell’anno seguente professore ordinario di storia generale.
     Le sue lezioni furono frequentatissime, perchè oltre alla continua e forte preparazione, egli possedeva, per il metodo e per la forma, attrattive straordinarie. Egli percorse tutto il campo storico che va dal medioevo sino ai nostri giorni. La sua maniera di esporre aveva un’impronta complessa ed universale; egli sapeva far conoscere i singoli eventi, come pure la loro ripercussione sulla storia europea, valutandoli col sicuro giudizio del grande storico. In maniera particolare incontrarono l’approvazione generale le lezioni che egli tenne sul secolo XIX, argomento che in pochissime università veniva trattato. In queste lezioni, che furono frequentate dai discepoli di tutte le facoltà, Pastor pose in luce la unilateralità della produzione storica tedescoprussiana allora in voga, la sua deficienza nel voler far credere che la grandezza della storia tedesca consista tutta nell’apparire del protestantesimo, ed in opposizione a questo concetto errato, pose in luce la grandezza della storia dell’impero austriaco, che ebbe per base la civiltà occidentale cristiana.
    Nel 1889 egli riceveva la distinta onorificenza di Doctor ad Honorem dell’Università di Lovanio; in quegli anni trascorsi nella piccola e gentile città di Innsbruck egli potè godere di un vantaggio non comune per la sua Storia dei Papi: gli archivi italiani erano a lui vicini, ed egli nelle vacanze, non escluse quelle natalizie, si recava a studiare in quelli di Mantova, Venezia, Milano, raccogliendo così larga mèsse di documenti. Rubacchiando così il tempo alle vacanze, potè egli esaminare in quegli anni ben 35 archivi italiani, 38 tedeschi e 5 francesi.
    Ma una felice circostanza doveva agevolargli ancor meglio l’opera di indagine per la sua Storia dei Papi. Nel 1901 Pastor veniva chiamato a Roma quale successore di Teodoro von Sickel nel posto di direttore dell’Istituto storico austriaco. Lo stesso imperatore, nel nominarlo, disse che questi era « l’uomo adatto per questo posto come il posto era adattato per lui ». Pastor in Roma si trovò nel punto centrale dei suoi studi. Oltre che formare dotti scrittori di storia per la sua patria, egli poteva con la più grande comodità trar profitto degli immensi tesori archivisti dell’Eterna Città. E così il suo lavoro fu diviso fra la formazione culturale dei suoi discepoli e la ricerca di materiale per la sua grande opera.
    Come tema per i lavori ufficiali dell’istituto, egli scelse le così dette « Nunziature di pace » dell’Archivio Vaticano, fondo che abbraccia le istruzioni, relazioni, e corrispondenze dei Nunzi straordinari inviati dalla Santa Sede ai vari congressi per la pace, tenuti in Europa nei secoli XVII e XVIII, fondo che illustra mirabilmente l’opera pacificatrice svolta dalla Santa Sede in mezzo ai popoli in tutti i secoli. Al tempo stesso, come direttore dell’Istituto, volle unire allo studio dei documenti anche quello dell’arte, occupandosi del Barocco in Roma e dando così un forte contributo alla storia artistica di quel periodo.
    Pastor non si distaccò del tutto da Innsbruck; ivi tornava con la sua famiglia per elaborarvi i volumi, per poi recarsi in altre città in cerca di materiale per il suo capolavoro. E ad Innsbruck aveva egli ottimi amici nei celebri professori Jungmann, Hurter, Michael, e Grisar, il quale ultimo alla sua volta doveva diventare lo storico dei papi per il periodo del medio evo. Fu in quella città che egli si ritirò durante i duri anni della guerra, riprendendo le lezioni all’Università, ed elaborando con il materiale raccolto nuovi volumi per la sua storia. Tornata la pace, su felice ed inatteso provvedimento del Governo austriaco lo riconduceva in Roma con un titolo ben più distinto. Attesa la sua conoscenza della Curia, egli veniva nominato Incaricato di affari presso la Santa Sede, nomina che nell’anno seguente veniva elevata a quella di Ambasciatore. In tale occasione, nel presentare a Benedetto XV le credenziali, egli disse che tante volte gli era toccato di descrivere le presentazioni delle credenziali fatta da ambasciatori di ogni parte del mondo, che però mai gli era venuto il pensiero che la Provvidenza, al tramonto della sua vita, avrebbe accordato a lui un simile onore. «Dopoché, sinora ho dedicato la mia vita all’indagine della storia dei papi, sono ora felice, non solo con la penna, ma anche con l’opera potermi rendere utile alla Santa Sede e con ciò pure alla mia patria ».
    E certo ben difficilmente può avvenire che un ambasciatore possieda pari conoscenza del compito che gli incombe e della corte presso cui è accreditato, quanto il Pastor.
     Bella è la lettera con la quale comunicava ai suoi figli le sue impressioni, allorché ebbe la fortuna, come diplomatico, di assistere al conclave da cui uscì eletto l’attuale pontefice, Pio XI, esimio dotto egli pure, a cui il Pastor era unito da amichevole relazione da più di vent’anni. « Otto giorni fa io ho visto tutti i cardinali andare nella cappella Paolina: allora erano ancora tutti uguali, ma invisibile, portata dalle mani di un angelo, si librava già la tiara sul capo di uno di essi, cui la Provvidenza l’aveva assegnata per condurre la Chiesa. Oggi in S. Pietro la tiara si è posata sul capo di Pio XI. Ciò è avvenuto nel conclave per mezzo umano, ma con l’assistenza dello Spirito Santo. Così si intreccia nella vita della Chiesa il divino e l’umano. Solo lassù un giorno ci verrà tutto svelato. Nel constatare questa meravigliosa azione concorde anche il più preciso concetto umano dello storico può stabilire solo il fatto esteriore: l’interna connessione e gli scopi di Dio da parte nostra qui su la terra, potranno solo essere immaginati».
    Gli impegni del suo nuovo incarico gli lasciavano bastante tempo per attendere alla sua Storia: nè l’età, nè i doveri diplomatici potevano distogliere il suo spirito dal grande còmpito cui aveva consacrato la sua vita. Per lui non vi erano ferie, nè mesi di diporto: ognuno dei suoi giorni, dirò meglio, ogni ora della sua giornata, sino alla tarda vecchiaia, sino ai dolori implacabili della morte fu sacra a questo unico pensiero: perfezionare e condurre a termine la sua Storia. Forse un presentimento della sua fine vicina egli l’ha avuto. A me stesso aveva detto nel 1927 di volere attendere ai volumi su Pio VI e su Clemente XIV, perchè altri non avrebbe saputo riprodurre bene il suo pensiero.
    Ammalatosi, la sua preoccupazione unica, dopo gli interessi dell’anima, è stata solo la sua Storia dei Papi, e se con soddisfazione dal 1886 a quel giorno egli ne aveva veduti stampati ben 13 volumi, il suo pensiero allora si raccolse attorno agli altri tre che lasciava manoscritti, e per essi dette suggerimenti e consigliò aggiunte, come un padre curerebbe sul letto di morte la sorte dei suoi figli minorenni.
    Un giorno lo storico si era presentato a Pio X e lo aveva supplicato a voler benedire i suoi occhi, perchè minacciavano di non volerlo più servire; il santo pontefice gli aveva detto benedicendolo: «Caro amico, tranquillizzati, tu conserverai la tua vista sino al compimento della tua grande opera».
    La profezia del pontefice si è avverata: Pastor chiudeva gli occhi alla luce quando l’opera sua, in sedici volumi, era completa.

Cenni biografici del Barone Ludovico Von Pastor, grande storico della Chiesa (Prima parte)

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La presente breve biografia è tratta dall’introduzione del XI volume della munifica opera Storia dei Papi, dello stesso Von Pastor, edito in italiano nel 1929, un anno dopo la morte del grande storico cattolico. La stesura della biografia si avvalse delle memorie curate dal dr. Kaufmann, che curò in Germania l’opera del barone, e del dr. I. F. Dengel, che fu successore alla cattedra del barone in Innsbruck.
Ludovico von Pastor era nato in Aquisgrana il 31 gennaio 1854 da una famiglia patrizia di quella città. Suo padre era protestante, sua madre cattolica. Fanciullo, fu educato nella confessione di suo padre, uomo di fede sincera, come del resto se ne trovano molti anche in mezzo al protestantesimo.
Tutto faceva sembrare quindi che egli dovesse crescere protestante e che di più dovesse dedicarsi alla vita commerciale, al pari di suo padre, il quale sperava con l’aiuto del suo Ludovico di potere un giorno dare più largo sviluppo all’industria dei colori che egli conduceva. Ed appunto per ragioni commerciali la famiglia si trasferiva da Aquisgrana a Francoforte sul Meno; ma quando il bambino raggiungeva appena il secondo lustro, suo padre veniva a morte.
    La giovane madre, che era fervente cattolica, volle che Ludovico e la sua sorellina fossero educati nella sua religione, nel che fu vivamente coadiuvata dal parroco della città, Thissen, sacerdote colto e pio.    Mentre Ludovico assecondava prontamente il desiderio di sua madre seguendo con affetto ed entusiasmo l’insegnamento cattolico, mostrava ben poca disposizione a voler diventare un grande industriale come suo padre. Egli si divertiva a raccogliere monete romane, e i pochi denari che risparmiava finivano generalmente dal libraio. Avendo egli nel 1868 assieme al suo precettore, Emilio Siering, fatto un viaggio di diporto nel Reno inferiore e nell’Olanda, si intese maggiormente inclinato agli studi storici, che erano allora fiorentissimi in Francoforte. La madre era tuttora avversa a fare di questo suo figlio, così incapricciatosi, un « antiquario o un dotto ». Ma il vivace giovanetto era animato da ben altri sentimenti che quelli di sua madre. Le grandiose tradizioni della vecchia città imperiale, Aquisgrana, avevano lasciato nel suo animo un’impressione indelebile. Il vetusto Duomo Carolingio con i meravigliosi mosaici della sua cupola e delle sue pareti, i ricordi dell’Impero d’Occidente ivi risorto per volontà dei papi, avevano preparato in quell’animo, così sensibile alle grandiosità del passato, un terreno ove la storia e l’arte avrebbero dovuto incontrarsi in un accordo meraviglioso. Ed egli, proprio in Francoforte, finì per trovare chi avrebbe acceso in lui la scintilla di quest’ardente passione.    Giovanni Janssen, professore di storia al ginnasio superiore di quella città, stava allora preparando la sua Storia del popolo tedesco. Nel contatto della scuola egli intuì in questo giovane la predisposizione del dotto, e dopo che ebbe ottenuto per lui il consenso materno alla vita degli studi, ne divenne il maestro, la guida e l’amico che, sia come sacerdote, sia come dotto, avrebbe indirizzato quella vivace natura negli ardui compiti del sapere.    Il futuro storico dei papi, però, ben tardi cominciò a studiare. Aveva già 16 anni compiuti quando nella Pasqua del 1870 prese a frequentare il ginnasio di Francoforte. Ma in soli cinque anni egli espletava il corso ginnasiale (ginnasio-liceo). Direttore e maestro di lingue classiche in quel ginnasio era allora Tycho Mommsen, un fratello del grande storico, ed insegnava la sua materia con un rigore pedante: ma tale esagerata severità servì a Ludovico per rendersi padrone di quelle lingue così indispensabili ai cultori di storia. Lo stesso Janssen che insegnava nel ginnasio superiore (liceo) era di molta esigenza con i suoi discepoli e più che la semplice narrazione, soleva curare la bibliografia, lo studio delle fonti e la discussione critica, dando così al suo insegnamento più l’apparenza di lezioni universitarie che quella di un arido svolgimento di un semplice programma ginnasiale. Questo metodo preparava fin d’allora il giovane Pastor a quella conoscenza della letteratura e delle fonti storiche, che un giorno avrebbero dovuto tanto distinguerlo.    In quegli anni di primo contatto con il mondo scientifico e storico, Pastor ebbe occasione di leggere le storie di Mommsen, di Ranke, nonché di altri importanti storici che fiorivano in quel tempo. In un fascicolo di miscellanee raccolto dal Pastor nel 1873 trovasi registrata questa letteratura storica con note critiche intorno al valore di ciascuna opera. Da queste poche note rilevasi come fin d’allora il giovane Ludovico dirigesse la sua attenzione, sotto l’influenza del suo maestro Janssen, alla grande rinnovazione della Chiesa cattolica avvenuta nei secoli xvi e xvii, e come dall’occuparsi sempre più intensamente di questo periodo storico, venisse evolvendosi nella sua mente chiaro il programma della sua grande opera, la Storia dei Papi.    Prezioso è il giudizio che egli dava fin d’allora della celebre opera di Ranke, I Papi di Roma negli ultimi quattro secoli. Pastor riconosce che Ranke era stato il primo che scientificamente aveva dato un quadro complesso della grande restaurazione cattolica avvenuta al principio dell’evo moderno, e il primo che l’aveva apprezzata nel suo giusto valore, cosicché poteva dirsi essere questa la migliore sua opera.     Ma allo stesso tempo ne rilevava i difetti, dei quali il principale sta nel fatto che i protestanti non possono raggiungere una profonda conoscenza della intima operosità della Chiesa cattolica. Per loro la Contro-riforma non fu che una reazione esterna, mentre in realtà essa non fu altro che una più ampia manifestazione di quella vita interna che si nasconde nel suo spirito. E così, prosegue a notare il giovane Pastor, avviene che gli storici protestanti nelle loro storie dell’età moderna trascurano interamente questa grande manifestazione di vita della Chiesa cattolica, o, se ne parlano, lo fanno solo per additare gli avvenimenti della Controriforma in Boemia, non comprendendo che essa non fu un fenomeno storico a sè, ma una piccola parte del grande rinnovamento spirituale di tutto il cattolicismo, iniziato e promosso da Roma.    E, a questa « terra incognita » del mondo protestante, lamentata fin d’allora dal giovane Pastor, rispondeva una dimenticanza assoluta anche nel campo cattolico, i cui storici non si eran curati, nè si curavano, di completare questa deficienza della letteratura storica protestante; nè avevano cercato in alcun modo di porla nella sua giusta luce, onde fin da quel tempo Pastor ideava di dedicarsi a questo nobile studio, «giacché io trovo che la Chiesa appunto ivi si rivela grande e potente, dove combatte contro il male e contro la corruzione che si è infiltrata nell’intimo dei suoi propri attributi».    In questa frase è compreso tutto il preciso programma cui Pastor avrebbe in avvenire dedicato le sue grandi e ardenti qualità. Non aveva ancor finito il ginnasio, che già Janssen trovava in questo suo discepolo un aiuto e un consigliere che gli agevolava l’elaborazione della sua Storia del popolo tedesco.    Nel 1875 Pastor lasciava Francoforte per recarsi a Lovanio onde iniziare il corso universitario. Anche qui fu il suo paterno amico Janssen che lo diresse: egli gli aveva consigliato Lovanio onde meglio apprendere il francese, ed anche perchè là aveva un ottimo amico capace di approfondire il solco che egli aveva tracciato su quel fertile terreno. Fu questi lo storico Alberdingk Thijm, un discepolo di Gfroerer, un vero cattolico ed un vero studioso, che doveva poi legarsi a Pastor con una sincera amicizia e restare con lui in relazione epistolare per lunghi anni.    Pastor in quel periodo aveva già a sua disposizione dei buoni quattrini, ma egli non ne usava, come di consueto fa la gioventù studiosa, in divertimenti e spassi, ma nell’acquisto di libri per la sua diletta biblioteca.    Nell’autunno 1875 Pastor si trasferiva all’Università di Bonn, ove passò « il tempo più tranquillo e allo stesso tempo più felice della sua vita ». Ivi fece parte dell’associazione universitaria « Arminia » col nome di Tilly, e i suoi compagni godevano scherzare con lui per quelle « orribili zampe di gallina » cui assomigliava la sua scrittura, che Janssen aveva già definito « zampe di gatto ». Ma il vivace giovane non se ne dava per inteso per cose così piccole, e invece quando nel 1876 l’associazione celebrò in una solenne adunanza il 30° anno di pontificato di Pio IX, fu invitato proprio Pastor a tenere il discorso sul papa. Egli disse in quell’occasione che, in quel momento, il papa più che per l’opera sua era grande per i suoi dolori, che « il triregno era diventato per lui la corona di spine, che però il tempo della prova e della croce era allo stesso tempo quello del maggior trionfo morale. Tutti gli attacchi, tutte le oppressioni hanno accresciuto la sua potenza su tutti i cuori anziché diminuirla. Oggi il papato privo di mezzi umani più che in ogni altro secolo ha guadagnato senza fine nella forza morale».    In quegli anni giovanili Pastor attese con uguale passione al risveglio degli studi storici, come pure al trionfo del programma cattolico. Di fronte al Kulturkampf, che imperversava allora furente, egli non restò mai indietro con il suo credo intrepido e sereno, cosicché il celebre vescovo von Ketteler disse un giorno alla zia di Pastor: « Venti di questi giovani cambierebbero un’intera nazione e la salverebbero dall’incredulità ».    Nè intanto egli trascurava la sua preparazione scientifica; anzi un lavoro da lui presentato sul convegno di Bayonne per il Seminario storico, fu giudicato dal suo professore Eitter modello per la ricchezza delle ricerche archivistiche e per la grande conoscenza della letteratura.    Nella Pasqua del 1876, in compagnia del suo antico precettore, Pastor intraprese il suo primo viaggio a Roma.    Già vi si era preparato con la lettura della Descrizione di Roma di Platner: ma nessuna descrizione poteva esser così eloquente per lui come la realtà. Quando finalmente si intese in questa città che « era stata la mèta delle sue aspirazioni fino dalla primissima gioventù », quando potè gustare gli insegnamenti di questa « Università di tutto il mondo » egli provò l’impressione più profonda e ne riportò una memoria indelebile. Egli ebbe udienza presso Pio IX ed a lui umiliò un indirizzo a nome della società universitaria « Arminia ».
I grandi monumenti dell’Eterna Città visitati ancora una volta richiamarono sui suoi occhi le lacrime.    Fu quindi a Napoli e poi nell’Alta Italia, riportando ovunque una impressione che doveva esercitare la più benefica influenza sul programma della sua vita.     Nel semestre d’inverno 1876-77 Pastor fu a Berlino. In quell’Università egli fu discepolo di celebri dotti: Ermanno Grauert, Guglielmo Nitzsch, prese parte al celebre Seminario storico di Giorgio Waitz, e frequentò le lezioni di Leopoldo von Ranke.    II giovane studente pensava però già alla sua Storia dei Papi e con una premura diligente cominciò lo spoglio dei ricchi manoscritti della Regia Biblioteca. Nelle feste di Natale fu a Fulda per studiarvi bene il codice così importante per la storia della Controriforma, in cui sono le note scritte dai Gesuiti dal 1570 al 1650.    Mentre Roma con la grandiosa meraviglia dei suoi monumenti e con l’imponente grandezza delle sue memorie lo aveva commosso sino alle lacrime, Berlino, la metropoli dell’intelligenza, non incontrò affatto il suo gusto. Quelle lunghe vie uniformi e moderne, quei luoghi aridi di memorie, eran per lui tediosi e monotoni; soleva dire: « Tu non puoi cercare qua alcun monumento; nulla parla del passato, nè vi è cosa che incorpori in sè o un’epoca o un periodo dell’arte. Monaco, Francoforte, Dresda e magari una piccola città italiana sono “ capitali „ cento volte meglio di Berlino ». Ma il suo spirito trovò là pure grandi conforti. Frequentò ivi l’associazione universitaria «Ascania», dove trovò dei compagni dello stesso pensiero, e potè conoscere Windthorst ed altre illustri personalità del Centro.     E proprio il contatto con tante illustri personalità della vita religiosa, intellettuale e politica della Germania cattolica, fu uno dei favori speciali che Pastor riconosceva dalla Provvidenza. Furono questi uomini che indirizzarono il giovane e appassionato studente sulla retta via, furono essi che basarono su di un fondamento sicuro la vasta cultura della mente e del cuore di questo giovane storico e che impressero al suo carattere profonda e seria fermezza. I nomi di questi grandi maestri del Pastor sono per sè ognuno una storia.    Oltre al menzionato Janssen, che restò sempre l’amico paterno di Ludovico, va ricordato il grande vescovo di Magonza von Ketteler, Hertling, Ermanno Hüffer, Alfredo von Reumont, Paolo Leopoldo Hoffner, più tardi vescovo di Magonza, il decano della cattedrale di questa città e professore di dommatica Giovanni Battista Heinrich, il quale dette nel 1874 il primo impulso alla fondazione della celebre Gòrres-Gesellschaft (società destinata a promuovere nella Germania la scienza cattolica). « Fu questi, dice il Pastor, che dopo Janssen esercitò su me il maggiore influsso ».     A questa classe di uomini che formò il suo spirito nelle profonde convinzioni della fede e negli alti ideali della lotta per lei, va aggiunta una seconda classe: quella degli storici e particolarmente degli storici dell’arte, delle più diverse tendenze. Fu in Francoforte stessa che egli imparò ad apprezzare l’arte italiana per opera di Steinle, nonostante che Münzenberger, e più ancora Augusto Reichensperger, « uno degli uomini più versatili caratteristici ed interessanti » con il quale aveva più volte visitato i musei berlinesi, lo portassero ad apprezzare « l’arte gotica » come l’apice dell’arte cristiana, e la « straniera arte della Rinascenza » come un rifiorire dell’arte pagana. Ma per fortuna del Pastor, altri storici, illustri e più equanimi, come Francesco Saverio Kraus, che egli conobbe a Francoforte, e Federico Schneider, conosciuto a Magonza, esercitarono sul suo animo un giusto contrappeso, inducendolo ad un più equo apprezzamento dell’arte della Rinascenza. E così conobbe pure a mezzo del suo suocero, Leopoldo Kaufmann, un fine interprete dell’arte di Dürer, lo storico dell’arte Justi. In Basilea fu a contatto con Giacomo Burckhardt, uno dei più illustri conoscitori della Rinascenza, il cui ricordo egli rammenta con gioia nelle sue memorie.     Circondato da uomini così distinti sia nel campo scientifico che artistico e religioso, Pastor si sentì sempre più confortato nel suo proposito di scrivere la storia dei papi non nella forma apologetica, ma secondo lo    stile di Ranke, nella pura forma oggettiva, su la base dei documenti.     « Lo storico cattolico, ha lasciato scritto Pastor in un suo diario, non deve voler essere un apologeta : è questo un pericolo in cui è facile incorrere nei nostri tempi così agitati. Naturalmente uno storico che mira ad una rigorosa oggettività non verrà apprezzato mentre egli vive come l’apologeta storico, l’uomo del momento. Ma più tardi le condizioni saranno invertite. Quello non muore con la sua vita, mentre questo, che è ancora compreso dai fratelli d’idea, per le generazioni future al contrario non è più altro che uno scrittore di libercoli. Lo storico deve assolutamente tenersi lungi da ogni passione politica. Un’opera storica cattolica deve assomigliare a quelle solenni cattedrali romaniche, che respingono tutte le affettazioni e tutte le leziosaggini, e che nella loro grandezza e perfezione non abbisognano di alcun velo ».    E le prime lance spezzate dal futuro storico dei papi ebbero un carattere battagliero, non però nella forma apologetica, da lui sopra riprovata, ma in quella rigorosamente scientifica della critica.    Va premesso che il Kulturlcampf, nel campo intellettuale, come già in quello politico, aveva per mèta di involgere nell’oblio tutto quello che la scienza cattolica potesse produrre di pregevole. Noi in Italia abbiam veduto fare altrettanto per insinuazione della scimmiottante massoneria. In seguito a ciò, come fra noi, così là, gli scienziati cattolici eran costretti o a restare nell’oscurità o aprirsi il varco sacrificando le proprie idee. Uno di questi, Giorgio Waitz, seguì per un tempo questa via, e in una nuova edizione da lui curata delleQuellenkunde der deutschen Geschichte di Dahlmann, cercò escludere dalla propria consorteria gli storici cattolici. Contro tale partigianeria insorse fiero il Pastor con un suo articolo pubblicato nel Der Katholik, dal titolo Giorgio Waitz monopolista prussiano della storia. Il giovane, ancora ventunenne dimostrò con una vasta cultura letteraria come il Waitz, non tenendo conto degli errori scientifici, nella terza e quarta edizione di detta opera sotto l’influsso del Kulturkampf abbia taciuto o rimpiccolito opere magistrali cattoliche e scritti di autori cattolici, e come quest’opera tanto consultata sia stata penetrata dello spirito dei creatori della storia protestante prussiana, cosicché le opere di Klopp, di Weiss, di Hefele, di Gfrörer, di Janssen, di Hergenröther, di Philipps e di tanti altri, non vi avessero trovato posto o fossero state indicate a piccoli caratteri come poco utili per la consultazione. « È proprio vero, scrive il Pastor, che la celebre frase di De Maistre, che da 300 anni la storia non è altro che una grande congiura contro la verità, trova il suo pieno avveramento nel nuovo andazzo di scriver la storia in Germania, dopo che anche ivi ha preceduto un periodo, nel quale anche i protestanti giudicano con la più grande sfacciataggine la Chiesa, la sua azione e i suoi ministri ».   E così Pastor proseguì nel menzionato periodico a mettere in luce, con somma franchezza e con capacità non comune, l’opera storico-letteraria della Germania protestante. Allo stesso tempo scrisse recensioni di opere di dotti cattolici quali Janssen, Carlo de Smedt, Alberdingk Thijm e di Castelar, (Der Katholik an. 1876-77) delle quali fece rilevare il valore, non mancando di correggere, completare, ove occorresse, il loro pensiero. Così, quando lo spagnuolo Castelar esaltò l’opera di Ranke sui papi, come un lavoro che sarebbe letto anche dai cattolici più zelanti, Pastor non mancò di osservare che non andava dimenticata la parzialità e tendenziosità dell’autore, mentre « una revisione dell’opera di Ranke da parte dei cattolici era senza dubbio uno dei più pressanti bisogni della storiografia cattolica».    A compiere i suoi studi universitari Pastor si recava nel 1877 a Vienna. Ivi si trovò assai meglio che a Berlino, ma i grandi professori di quell’Universitá (fra questi il celebre Teodoro von Sickel) non ebbero accoglienza amichevole per questo giovane storico. Del resto non gli mancarono ottimi amici, fra i quali il grande storico Onno Klopp, che Janssen gli aveva raccomandato, come «uomo di nobilissimi sentimenti, di profonda pietà, veramente pio, di grandi pregi, ancora di una vivacità un po’ giovanile ».    In quel tempo Pastor prese a scrivere per la Revue des Questions historiques di Parigi la recensione delle pubblicazioni storiche della Germania, còmpito che egli ha proseguito per ben 20 anni (1877-1897), dando a quella recensione bibliografica il carattere di una specie di universalismo. Bellissima recensione, distribuita in una serie di articoli editi negli Historisch-Politischen Blätter (1877-1880), egli dedicò all’opera di Klopp, Fall des Hauses Stuart. Dalle sue Memorie risulta che in quel tempo aveva ideato di scrivere un volume dal titolo Lo storico moderno nel quale avrebbe dovuto precedere come prefazione una critica contro « gli oltraggi lanciati alla casa imperiale d’Austria dai costruttori di storia prussiana » i quali denigravano gli Asburgo perchè non ne conoscevan la storia, ma anche più perchè cattolici.    In Vienna il Pastor trascorse i tre semestri 1877-78: utilizzando il suo tempo non solo per lo studio ma, come già a Berlino, nel fare lo spoglio della Biblioteca imperiale e dell’Archivio di Stato. Preparò pure la sua tesi, a lui suggerita dal prof. Klopp, dal titolo Tentativi di unione religiosa durante il regno di Carlo V, lavoro la cui sola prima parte abbraccia 400 fogli in quarto, densamente scritti.    Finito il terzo semestre, per invito di Giovanni Weiss, Pastor lasciò Vienna e si recò a Gratz dove conseguì la laurea in filosofia il 18 luglio 1878. In poco più di otto anni egli aveva espletato nella maniera più brillante il corso dei suoi studi, dalla prima ginnasiale alla laurea universitaria.